venerdì 24 novembre 2017

In Herbis Salus / Tra ambiente, natura e scienza

Farmacopea



In Herbis Salus

Tra ambiente, natura e scienza

12 DICEMBRE 2013, 

“Farmaci insigni possedea salubri e mortali,
ricavati dai succhi delle piante
che produceva la feconda terra dell'Egitto”
(Omero, Iliade)
Fin dai primordi, l'uomo ha guardato alle erbe con interesse, come guidato da un sapere implicito che ne intuiva il potere e il loro influsso sulla vita umana. Ha imparato, con l'esperienza e osservando come si curavano gli animali, a conoscerle, a fidarsene o diffidarsene, riconoscendo il loro il influsso benefico o malefico. La pratica curativa ha sempre fatto ricorso a questo bene della natura e il pensiero primitivo gli ha addirittura attribuito poteri magici, tanto che l'utilizzo di piante o erbe per la preparazione di filtri ed incantesimi si riscontra spesso nelle fiabe, che rappresentano il pensiero mitico dell'uomo.

Rimedi erboristici

La misteriosità della natura ha affascinato l'essere umano che, soprattutto alle origini, ne era in stretto contatto e se ne sentiva parte integrante, quindi, da un uso empirico delle erbe, si è passati ad un approccio scientifico che le classificasse e ne fissasse le proprietà. In questo passaggio da natura a cultura, s'inserisce, nel I secolo d.C., la figura di Dioscoride Pedanio, originario della Cilicia, con il suo De Materia Medica.
L'etimologia del nome Dioscoride ci rimanda ai Dioscuri, figli della libidine di Giove per la bella Leda e il nostro medico farmacologo pare proprio un semidio nel dono che ha fatto all'umanità della conoscenza delle proprietà salutari delle erbe. Una figura la cui storia potrebbe essere romanzata, perché, probabilmente arruolato o costretto ad arruolarsi nell'esercito romano come medico militare, in seguito, per le sue conoscenze e abilità terapeutiche, fu personaggio riconosciuto e apprezzato negli ambienti della Roma bene. E, fortunatamente, di lui non ci è nota solo la fama, ma anche una serie di trascrizioni e semplificazioni di quel De Materia Medica, che già nella Roma imperiale sostituì l'eclettica arte sanitaria del tempo, basata su una spuria sintesi di elementi di origine egizia, etiope, greca, gallica ed è rimasto fino al Settecento il testo fondativo di ogni ricerca e d'uso erboristici.

Antica bottega farmaceutica

L’opera ha una “cornice” cosmogonica che la porta a raggruppare le sostanze mediche secondo una successione storica e gerarchica: i profumi, legati agli dei, vengono per primi, mentre i minerali, legati all’età del ferro, si trovano in chiusura. Ma, oltre a questa visione legata alla cultura del tempo, il testo si connota, al di là della pura descrizione erudita, come una sorta di prontuario utile alle esigenze di medici e farmacisti. La modernità del De materia medica è d'altra parte confermata dalla costatazione che ne deriva buona parte della nomenclatura farmacologica attuale. È significativo inoltre notare che molte delle erbe medicinali studiate nell’opera, come l’achillea, l’aloe, la belladonna, la camomilla, lo zafferano, la malva, la menta, lo zenzero, ecc., sono contenute nell’elenco delle sostanze essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'arte medica nell'Antica Grecia

Un esempio dell’utilità e della modernità delle sue proposte terapeutiche si ha nell’uso della radice della mandragora, di cui si consiglia l'impiego per “coloro che devono subire un taglio o una cauterizzazione in modo che non sentano dolore, sopraffatti da profondo sonno”, che è una sorta di precorrimento dell’anestesia chirurgica. Questa erba, sempre secondo il medico cilicio, ha anche spiccate qualità afrodisiache (e ce lo ricorda l'omonima commedia di Machiavelli), assieme alla cantaridina (e qui il riferimento letterario d'obbligo è al marchese De Sade), alla menta e al bulbo di orchidea. Al contrario, come antidoto ai bollenti spiriti erotici, Dioscoride consiglia il salice bianco, la cui essenza, l'acido salicilico, secondo lui, può essere anche utilizzata da antipiretico, come avviene ancora oggi con l'Aspirina.
Coloranti naturali

La fortuna e la fama dell'opera, che influenzò la cultura medica, sia cristiana che araba, la fece oggetto di copie, rifacimenti e riduzioni diventando nel Cinquecento e Seicento un vero “best seller”. La novità di questo testo, che seppe mettere in secondo piano gli elementi magico-superstiziosi, per approcciare uno studio scientifico e una sistematizzazione ancor oggi di grande validità, ha fatto sì che si sentisse la necessità di una sua riproposizione e divulgazione. E' nato così il “Progetto Dioscoride” partito dall' Università di Napoli, che custodisce il Codex Neapolitanus del VI secolo, una trascrizione e semplificazione dell'originale che ha lasciato integra la parte erboristica. Il progetto, che ha alle spalle una ricerca ventennale, ha coinvolto, oltre all'ateneo partenopeo, l'Orto Botanico di Napoli, lo Smithsonian Institute, l'Orto Botanico di Berlino, Aboca Museum di Sansepolcro, la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele II, avvalendosi di studiosi di botanica, farmacologia, medicina. Questa preziosa mole di lavoro e di studio ha poi trovato una realizzazione nell’edizione in facsimile del Codex Neapolitanus della Bibliotheca Antiqua di Aboca.
Malva

Nella ricerca di una medicina alternativa, ci affidiamo sempre più spesso all'"eden" delle terapie naturali, con fiduciose incursioni nell'erboristeria. Il patrimonio che ci ha trasmesso Dioscoride e che oggi, grazie a questi studi e a questa pubblicazione possiamo riscoprire, può diventare una volta di più uno strumento che viene proprio incontro all’esigenza, sempre più sentita, di affidarsi a una medicina e a una farmacologia che riscoprano la stretta connessione tra uomo e il suo ambiente originario, per una cura del corpo che integri ambiente, natura e scienza.







mercoledì 22 novembre 2017

Emma Bovary compie 160 anni

Emma Bovary, collage di Chiara Corio



Emma Bovary compie 160 anni

Come le donne di oggi s’incontrano o scontrano con questa figura femminile

20 NOVEMBRE 2017, 


“Signori … nessuna donna neanche in altri paesi sussurra a Dio le frasette adultere che riserva all’amante. Voi signori giudicherete questo linguaggio e sono sicuro che non troverete giustificazione a queste parole pronunciate da un’adultera, volutamente introdotte nel santuario della divinità! … l’offesa alla morale pubblica è nelle scene di lascivia ... l’offesa alla religione nelle immagini voluttuose mescolate alle cose sacre ...”, così il pubblico ministero Ernest Pinard, nella requisitoria contro Madame Bovary e che nello stesso anno 1857 pronunciò un’analoga reprimenda contro Le fleurs du mal.
Emma, donna scandalosa, donna perduta, paragonata, per restare nella letteratura italiana, alla dantesca Francesca o alla manzoniana Gertrude, fino ad arrivare al filosofo paroliere Manlio Sgalambro e alla sua Emma Bovary/ Baby blu, poi cantata da Patty Pravo e Francesco Battiato: “Aspetto ancora il mio momento/che presto verrà/Un luogo nel mondo/giusto per ingannare/la freccia che mi ucciderà/… l’ardore dei miei sensi/eternamente ritorna/con severo disordine/la febbre per le membra/la voluttà finale della verità/ o di un colpo di pistola ...”.
A 160 anni di distanza, come vivono e s’incontrano o scontrano le donne di oggi con questa figura femminile che rivela, nella sua sofferenza, tanta parte del nostro disagio esistenziale e la “banalità del male”? “Bovary c’est moi”? Ecco come Emma è riscritta e risognata da donne dei nostri tempi.

Ambizioni e miserie di una donna d'altri tempi

L'aragosta Augusta
Un’aragosta

che si chiamava Augusta

ma tutti la chiamavano Agostina, detta Tina,
e di cognome faceva Bovarì,
si svegliò una mattina
e disse: “Sono stufa di star qui
di camminare sempre sopra il fondo.
Ormai conosco tutto quanto intorno
e non c’è mai niente di nuovo
sia quando dormo
sia quando mi muovo.
Per questo me ne voglio andare
uscir fuori dal mare.
È presto fatto posso
scalare quello scoglio
che sbuca fuor dall’onda
e sale verso il ciel dall’acqua fonda.”
“Non farlo, Agostina” le disse un calamaro
che da tempo l’amava e sperava
di portarla un dì all’altare.
“Non farlo, non ti devi fidare: il mondo è bello ma può essere cattivo,
non sai mai cosa può capitare.
Resta con me, mettiamo su famiglia
avrò cura di te come una figlia”.
“Come una figlia, vogliamo scherzare?
Io un grande amore voglio trovare
una passione sfrenata e ardente
che mi faccia delirare
per niente di meno mi voglio impegnare
per questo me ne vado via dal mare”.
Offeso il calamaro
per ripiego si fidanzò a una triglia.

Mentre Agostina si arrampicava

e in cima allo scoglio piano saliva

la vide un giovane che pescava
e la mise in un paniere.
Si agitava la povera Tina
inutilmente con tutte le zampe
ma di scappare non c’era modo.

Appena a casa fu messa sul fuoco

che si levava con grandi vampe

dentro una pentola d’acqua bollente.
Che orribile morte povera Tina
che aveva tanto sognato l’amore
non le bastava un affetto sincero
questa volta era cotta davvero
una passione davvero ardente
tragica sorte fu quel che trovò.
(Donatella Bisutti, poetessa)

Dopo un secolo e mezzo, si continua a cadere in Madame Bovary senza più uscirne. Flaubert l’ha costruita con disprezzo, precipitando in un abisso di pochezza la sua bella provinciale stordita di cattive letture, moglie rovinosa, madre pessima, amante insoddisfatta, prigioniera delle proprie menzogne. Eppure si finisce per stare dalla sua parte. È una irriducibile, dice qualcuno, un simbolo di libertà, suggeriscono altri svincolandola dalla ragnatela del bovarismo. Il suo creatore non la condanna sul piano morale, e infatti per questo fu condannato, ma per i sogni di cattivo gusto, le fantasie volgari. Madame Bovary, oggi più che mai, siamo tutti noi? “Non bisogna toccare gli idoli”, scrive Flaubert, “la doratura resta sulle mani”.

(Laura Bosio, scrittrice)


Una passione di provincia



Da adolescente, m'innamorai follemente di un rampollo dell’alta società. Sembrava condividere con me "le cose più belle della vita". Seppi dopo diverso tempo che fui abbandonata perché i genitori gli proibirono di frequentare una ragazza, sì certo per bene, ma con una famiglia priva di solidità economiche certe e non alla loro altezza. Conobbi la disperazione, l'abbandono di questo ragazzo mi risultò insopportabile. L'elaborazione del lutto durò per troppo tempo. Ecco cosa non perdono a Madame Bovary e a me: lo spreco di intelligenza, di creatività, di rispetto di sé e il tempo buttato all'inseguimento di figure maschili tremendamente meschine. Questo è l'aspetto di Emma più radicato nella mia persona e che ancora resiste e persiste. Gli aspetti del bovarismo, invece, quelli che riguardano scalate sociali e desiderio e volontà di frequentare le corti di famiglie ricche e di chiara fama, da molto tempo non mi appartengono più. Curo con vera passione relazioni che comprendono e indagano i luoghi delle affinità elettive. E qui abbandono Gustave Flaubert per indagare le ragioni che mi conducono a Johann Wolfgang von Goethe. Ed è tutta un'altra storia?

(Mariella Busi De Logu, artista)

Madame Emma si era stufata delle cozze alla Tolstoj e non aveva minimamente voglia di prendere la carrozza per raggiungere Rouen dove Monsieur Gustave attendeva per intervistarla. E soprattutto... cosa voleva sapere da lei? Cosa mai voleva raccontare in un libro che nessuno avrebbe letto? Ecco la parola clou, pensò scostando il piatto davanti a sé, le avrebbe chiesto delle sue appetitose avventure sessuali. Rise fra sé per il gioco di parole, per come la tavola la riconducesse al letto e il letto la riconciliasse col cibo. Un connubio un po’ facile ma talmente universale! Libertina di pensiero, ma tutte quelle voci, i pettegolezzi giù in paese su di lei e i suoi mille amanti, erano solo i suoi desideri, o degli esercizi di stile, come avrebbe asserito più tardi Monsieur Queneau. Emma, invidiava la sua musa ispiratrice d’oltremanica, Elizabeth duchessa di Kingston che invece se l’era spassata alla grande. E poi quel suo cognome che sfiorava il maremmano avrebbe mai assunto i toni sensuali di Lady Kingston-upon-Hull? Pigramente indossò cuffia e mantella per andare all’appuntamento. Nessuno, nemmeno Monsieur Flaubert, osò mai rivelarle che non possedeva alcuna carrozza.

(Chiara Corio, giornalista, artista)

Ho conosciuto Emma/Flaubert a venti anni, ho condiviso la sua anima assetata di sogno e anche lei mi ha aiutata a comprendere il nostro innato bisogno di storie e la possibilità della narrazione di riequilibrare le nostre difficoltà funzionali ed esistenziali. Ho approfondito la conoscenza di Emma attraverso gli studi di Speziale Bagliacca che la osserva incontrare i suoi uomini sul terreno del rapporto sadomasochistico: il marito che nella sua imbecillità non la vede compromettersi e distruggersi, gli amanti che approfittano del suo vuoto interiore che la induce nella confusione tra realtà e fantasia. Ho incontrato Emma in Valeria, donna di trenta anni che cercava disperatamente in un uomo un padre che non l’aveva mai vista e amata, consumandosi e sottomettendosi in una relazione segnata da agiti d’ingravescente masochismo pur di non perdere l’amato. Lo spunto di Flaubert per il romanzo fu un fatto di cronaca. Oggi potrebbero esserlo le cronache delle vittime di femminicidio, dalle quali Flaubert saprebbe narrarci e mostrarci come ogni sofferenza o dramma siano sempre iscritti nell’intreccio dei rapporti umani.

(Luisa Crevenna, psicoterapeuta)


Emma Bovary e i suoi amori



Non è facile scrivere di questa figura ormai diventata iconica, credo che forse la cosa più sincera, per me, sia ricordare l'impressione fortissima che provai quando, adolescente, lessi per la prima volta il romanzo. Emma mi parve un'eroina tragica in un mondo meschino e castrante, una donna che rivendica il diritto alla libertà e all' emancipazione. Ancora non sapevo cosa avrei fatto "da grande" ma sentivo che avrei coltivato le mie passioni e non mi sarei arresa alla mediocrità che mi sembrava di avere intorno. Negli anni ho riletto almeno un paio di volte Madame Bovary e il mio sguardo si è fatto più critico nei confronti di Emma. Ho riconosciuto in lei il velleitarismo di chi è sospeso tra un'ambizione smisurata e un destino mediocre senza la capacità di adattarsi alla vita. Certo è però che la sua inquietudine esistenziale, il suo senso di insoddisfazione, il suo "mal de vivre" sono forse responsabili, almeno in parte, del mio essere diventata attrice. Sulla scena i miei sogni avrebbero potuto continuare ad esistere!

(Patrizia Milani, attrice)

Immagino di incontrare Emma Bovary a un tavolino di una caffetteria dallo stile raffinato ed elegante. Un abito di seta azzurra a balze avvolge un fisico asciutto, il corpetto con inserti di pizzi mette in risalto una carnagione chiara ed esalta due grandi occhi neri. Mi guardo: sono vestita in modo ben diverso, classico ma appropriato alla mia era. Due donne, due epoche diverse. Eppure abbiamo avuto in comune l’aspettativa e l’illusione di trovare nell’incontro amoroso la vera realizzazione di noi stesse, scoprire con le lenti dell’innamoramento le bellezze della vita, sentirsi vitali e forti rispecchiandosi nello sguardo interessato di un uomo. Poi provare il baratro dell’abbandono che ti annienta, azzera l’immagine di te stessa. Nonostante l’emancipazione femminile, quante donne ancora oggi cadono in questa trappola, ritenendosi vive e capaci solo perché si sentono al centro dei pensieri di un uomo! L’amore è da sempre il miglior antidepressivo, questo sì! Ma le risorse che l’innamoramento fa emergere sono solo nostre, sono fiori perenni che aspettavano solo di sbocciare!

(Maria Teresa Rizzato, psicoterapeuta)

Ho letto Madame Bovary per l’esame di letteratura francese all’Università e ne sono rimasta sdegnata perché in tutto il libro questa donna si dimostra di una vuotezza impressionante. Certo avevo letto i vari saggi di critica che ragionavano sul fatto che lei fosse un soggetto desiderante e moderno, ma per me rimaneva una donna che negava la realtà perché altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con il proprio buco nero interiore che cercava di riempire inventandosi amori da fiaba adolescenziale. Soprattutto trovavo, e trovo, tremendo che Emma demandi la realizzazione della propria felicità al marito. Madame Bovary non ha un progetto esistenziale e incamera continuamente oggetti e vestiti per non incontrare il nulla di se stessa. Ho pensato che grazie al cielo io e Madame Bovary eravamo agli antipodi.

(Marina Spada, regista)




Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.



001 Un "Angelo" tra Verdi e Wagner / La passione aldilà della rivalità

067 Lea Melandri / Amore e violenza





sabato 18 novembre 2017

Patrizia Boi / Intervista all'attrice Luli Bitri

Luli Bitri

Intervista all'attrice Luli Bitri

Donne che lottano per la libertà



Di Patrizia Boi
7 OTT 2013

Mi ha colpito l’interpretazione della zingara Alina al suo esordio italiano nel film Dimmi che Destino avrò di Peter Marcias, la sua personalità aperta e poliedrica, la disponibilità a mettersi completamente in discussione e l’indiscutibile fascino di donna dell’Est. Luljeta Bitri Lushnjë, nota Luli, è un’attrice di origine albanese, stimata ormai in tutta Europa, dopo il successo ottenuto nel 2010 dal film Amnesty del regista Bujar Alimani al Festival cinematografico di Berlino.
Luli, diplomata all'Accademia delle Belle Arti di Tirana, è tornata al Teatro – dove aveva esordito nel 2001 con Beckett – in occasione dello spettacolo portato in scena da Michele Placido e Isabella Ferrari a Roma alle Terme di Caracalla il 9 e 10 agosto scorso. Lo spettacolo, Un bacio nel cuore - Le donne nella vita e nella musica di Verdi, è costruito dalle lettere che ha scambiato il grande compositore con le sue donne, la prima moglie Giuseppina Streponi, interpretata da Isabella Ferrari, e il soprano Teresa Stolz, la musa e amante di nazionalità ceca che ha rappresentato le eroine protagoniste delle sue opere, da Leonora (Il Trovatore) ad Amelia (Un ballo in maschera), da Abigaille (Nabucco) ad Azucena (Il Trovatore), da Violetta (La Traviata) a Gilda (Rigoletto), interpretata appunto da una splendida Luli.

Luli Bitri

1. Come ti sei calata, Luli, nel personaggio di Teresa Stolz? Cosa ti ha regalato la vicinanza di questa grande donna della vita di Verdi?
Si tratta di un personaggio straordinario, di una storia coinvolgente che mi è capitata quasi per caso… Gli incontri importanti a volte sembrano un mistero, ma io preferisco credere al destino… e al Destino mi affido! Del resto ho esordito in Italia con il film di Peter Marcias Dimmi che destino avrò… Proprio per il ruolo di Alina in questo film ho vinto il premio come Migliore Attrice al B.A. Film Festival, così sono andata a Busto Arstizio per ritirare il Premio. È stato lì che ho conosciuto Michele Placido e, come si fa tra attori appassionati, ci siamo raccontati i nostri progetti. Sono rimasta colpita e affascinata dalla figura di Verdi, dalla personalità di queste due donne fuori dal comune. In ogni attrice esiste sempre il sogno di impersonare una donna dell’Ottocento, figurati con che gioia ho accolto la sfida di essere Teresa Stolz, una straordinaria soprano e inseparabile musa del compositore. Ho trascorso un periodo bellissimo: non ho fatto che studiare la parte, immergendomi anima e corpo nel copione. Mi sono tuffata nelle ricerche sulla vita di Verdi, sul rapporto con le sue donne, con le sue opere, con la magia delle sue note…

2. Come hai vissuto l’impatto con il pubblico romano, nella cornice magica delle Terme di Caracalla?
Non sai quanto io ami il teatro, la magia dello spazio libero di fronte allo spettatore! Condividere quest’emozione con la personalità di Michele Placido e Isabella Ferrari, travolta dal fascino dell’appassionante musa di Verdi, sul palco incantato delle Terme di Caracalla, per me è stato un grandissimo dono della vita. Immagina che estate inconsueta e coinvolgente avvolta dalle magnifiche note del genio nel tempio della pace romana…

3. È stato facile lavorare con Michele Placido e Isabella Ferrari?
Lavorare con i grandi è sempre un’opportunità, un motivo di crescita: è stato come se li avessi conosciuti da sempre, mi hanno fatto sentire a mio agio fin dal primo momento. Però, ammetto, che lavorare con loro è stata anche una grande responsabilità. Devi dare il massimo, non puoi permetterti cali di tono o di ritmo, devi essere sempre carica di energia. Non lo voglio nascondere, all’inizio non riuscivo a credere che avrei recitato accanto a loro, per di più a Teatro, poi mi sono fatta forza e ho affrontato il Destino preparandomi con impegno. Placido mi ha dato fiducia contribuendo a rafforzare le mie qualità e talenti. Ferrari è una donna di gran cuore, non è solo una brava attrice, mi sono veramente sentita accolta dalla sua umanità e poi mi sono decisamente innamorata del modo in cui ha fatto vivere il suo personaggio, la ammiro immensamente.

4. Preferisci misurarti con un pubblico dal palcoscenico o ti affascina di più il rapporto con la macchina da presa? Dove ti trovi più a tuo agio?
L’interpretazione a teatro non cambia tanto rispetto a quella davanti alla macchina da presa. Il segreto è saper gestire le diverse misure. Io ho iniziato col teatro e mi sento a mio agio davanti a una sala piena di occhi che mi guardano. Mi ha sempre affascinato, fin dal primo giorno, il momento in cui mi viene assegnata la parte. Ogni replica, poi, con i suoi brividi d’emozione e la sua ansia di prestazione, mi riempie di gioia. Il cinema è venuto dopo, ma, non lo nego, amo anche il grande occhio, quello della macchina da presa. Perché è proprio quello che mi rende immortale nel tempo.



5. Il film che ti ha resa famosa, Amnesty, ti ha vista nel ruolo di Elsa, la moglie di un detenuto finito in carcere per debiti. Questa donna si porta dietro una grande tristezza, la stessa che investe tutti i personaggi della storia e forse l’Albania stessa. Molte scene rappresentano lo stato sulfureo di una società senza via di scampo, la povertà investe ogni campo della vita, compreso quello delle emozioni, tanto che non è mai possibile sognare… Come ti sei preparata per affrontare questo complesso personaggio giocato spesso sulla comunicazione non verbale e sulla magia dei silenzi?
Come al solito, è stato tutto un gioco del Destino… Ero tornata a recitare a teatro, a Tirana, dopo anni in Italia, e proprio quella sera ho ricevuto la proposta di Alimani… Dopo aver letto la sceneggiatura del film, mi sono sentita fortunata, volevo essere quella donna, un profilo qualunque di femmina abortita dal sistema. Una tra le tante donne di provincia, una donna che non ha realizzato se stessa e che non ha più sogni o forse non ne ha mai avuti, una di quelle persone che vive nella grande disperazione di una vita che non vuole vivere, ma che nello stesso tempo non sa come migliorare. Ho cominciato a frequentare i pullman, a prendere il caffè nel bar davanti alla prigione. Volevo vedere con i miei occhi la tristezza di quelle piccole donne, leggere nei loro volti il terrore di quella solitudine, l’angoscia per il fallimento delle loro esistenze, il senso del supplizio subito da un’atavica programmazione. Non è stato difficile immedesimarmi nella loro sofferenza, nel dolore della mia terra...

6. Qual è stato il tuo rapporto con il regista Alimani e perché sei stata scelta per quella parte?
Alimani è uno sceneggiatore e un regista che conosce bene la psicologia di una donna, mi è stato di grande aiuto nei momenti difficili. Non so perché abbia scelto proprio me per il ruolo della protagonista, forse ha visto nella mia interpretazione i colori che cercava per il suo personaggio. Lui è stato capace di creare sul set un clima amichevole, sempre colmo di buon umore, è sempre stato delicato e costruttivo nel criticare quello che non andava. Personalmente adoro la sua penna e non vedo l'ora di iniziare il prossimo film. Siamo in fase di preparazione per il film Gold, nel quale reciterò di nuovo da protagonista.

7. Per il ruolo di Elsa hai ricevuto il Premio Miglior Attrice all’East East West Festival di Orenburg in Russia. La giuria del Festival era composta dal famoso regista polacco Zanussi, da Sherif Award, critico d’arte, e dal regista serbo Goran Paskaljevic. La descrizione del Premio è stata la seguente: «A Luli Bitri, un’attrice che riesce a trasformarsi senza aver paura di imbruttirsi. Un ruolo irriconoscibile con l’attrice della vita quotidiana. Una strong woman!».
Ho vinto anche altri due premi come miglior attrice protagonista al Festival Internazionale del Cinema di Vernon (Francia), edizione 2011, e il Premio Internazionale “Golden Goddess” al Prifilmfest. E naturalmente anche al Festival del Film Albanese del 2012 ho ricevuto il premio “Miglior attrice protagonista”.I premi mi hanno dato fiducia e mi hanno portato a un impegno maggiore per permettermi di crescere ancora per ruoli migliori ancora più difficili. Ogni sfida, per me, è un’opportunità.

8. Quanto è stato difficile rappresentare attraverso la lente sottile del tuo personaggio il doloroso e tragico mutamento della Storia dell’Albania?
Io sono un’attrice drammatica e non so se lo posso dire, ma trovo una grande soddisfazione se i ruoli sono complessi sia dal punto di vista psicologico sia politico-sociale. Questo ruolo è stato una grande sfida per me, ma credo di aver superato la prova. Sono stata felice di poter dar voce a quelle piccole donne che non sono in grado di uscire dalla trappola del proprio Destino.

9. Il racconto della passione di un uomo e una donna, nata ai margini di un carcere, una tenera storia d'amore, condizionata dalla detenzione dei rispettivi coniugi, che rapporto ha secondo te, con gli obblighi e divieti imposti da un regime in fase di trasformazione?
Elsa e Shpetim vanno verso la prigione a compiere il loro dovere nei confronti dei coniugi. Non hanno il coraggio di fare il contrario, ma non vedono neanche un raggio di sole intorno a loro. Vivono nella loro povertà, senza speranze, senza fantasia, senza ribellione. Anche se loro sono fuori dai cancelli, sono loro i veri prigionieri. Solo nel momento in cui le loro vite si incrociano, offrendo alla loro anima un reciproco specchio, allora c’è una specie di risveglio e nasce la speranza in una vita migliore, forse semplicemente più libera, dove non sono costretti a compiere solo doveri. Elsa ha due bambini, non ha più un lavoro e come se non bastasse ha un suocero che la controlla. Gli anni passano e lei si sente in trappola, senza un motivo per sorridere, con un marito che la considera solo un oggetto con cui soddisfare le sue esigenze sessuali.

Luli Bitri


10. Le scene erotiche sono interpretate secondo un canone di moralità sociale che inizia a sciogliersi solo oggi, nonostante la dissoluzione della Repubblica popolare sovietica sia avvenuta da oltre un ventennio – ricordiamo che la Nuova Repubblica di Albania è nata nel 1991 dopo quasi cinquant’anni di Regime. Quanto tempo passerà ancora perché l’Albania, le donne e gli uomini albanesi, si possano liberare di questo pesante condizionamento?
Questo film con queste scene erotiche è considerato un film coraggioso. Non è l'unico film che supera i condizionamenti del tempo del comunismo. Pensa che una volta nei film era impossibile vedere un bacio. Abbiamo recuperato in fretta. Questo film non rappresenta tutta l’Albania, ma parla proprio della sua parte malata.

11. Ti senti in linea con l’attuale ruolo della donna albanese nel film? E nella vita?
Io a differenza di Elsa ho cercato di realizzarmi, studiando. Ho sognato e ho sfidato il mio Destino. Sono libera e forte. Sono una che combatte per realizzare i propri sogni.

12. Come sta cambiando il ruolo della donna nel tuo paese e quanto è importante il suo ruolo per la crescita di tutto il paese?
Sono accaduti tanti cambiamenti in questi 20 anni e la donna è stata la prima a cercare la sua indipendenza. Abbiamo recuperato in fretta perché siamo ambiziose. C'è tanto da fare ancora, è vero, ma alla fine questo capita dappertutto. Io che vivo ormai in Italia da anni, mi sono accorta che problemi simili si vivono anche in questo Belpaese.

13. Le scene erotiche sono rare, le donne sembrano indifferenti, la sessualità è qualcosa di meccanico, quasi violento e senza eros, senza passione, è stata una scelta precisa di Alimani?
Tra di loro non c'è più amore. Il sesso è solo un dovere per le donne. Questo faceva parte della visione del regista.

14. Che differenze hai riscontrato tra la tua esperienza cinematografica in Albania e le luci della ribalta italiane?
A parte la difficoltà di dover recitare in una lingua straniera, nel modo di lavorare non ho notato nessuna differenza.

Luli Bitri


15. Al tuo esordio italiano ti abbiamo visto nei panni di una zingara a recitare insieme ad attori non professionisti del mondo dei rom, cosa ti ha insegnato quest’avventura sotto la guida di Peter Marcias?
L'esperienza in questo film è stata forte. L'impatto con la realtà rom è stato dirompente. Non mi era mai capitato di conoscere la loro cultura, la loro psicologia, la loro filosofia di vita e quando Marcias mi ha proposto quella parte, ho capito che dovevo prepararmi a fondo. Ho imparato ad accettare le persone per come sono, per tutte le scelte di vita che fanno, senza giudicare ciò che è lontano da quello che ho scelto io.

16. Come ti sei preparata per questo ruolo?
Mi sono tuffata nelle ricerche sulla cultura rom, sulla lingua Romanès e quando mi sono materialmente trovata al campo nomadi tutto è diventato più facile. Dovevo essere una di loro e per fare questo dovevo crederci in quel modo di vivere.

17. Nei due lungometraggi che hai interpretato come protagonista ricopri un ruolo ai margini della vita sociale: zingara, moglie di un detenuto, sono due tipi di detenzione differenti? Dove ti sei trovata più a tuo agio?
Elsa e Alina sono state due personaggi diversi. Elsa depressa, debole, buona e schiava del proprio Destino. Alina una donna in bilico tra due realtà: nata e cresciuta nei campi rom e poi trasferitasi per studiare e lavorare a Parigi. La cosa in comune è che tutte e due vogliono una vita migliore. Elsa per la sua famiglia e Alina per tutti i più deboli. Nel momento in cui mi viene affidato un ruolo da interpretare faccio l'impossibile per essere pienamente nella parte. Sono stata fortunata con entrambi i personaggi perché li ho sentiti profondamente dentro.

18. Come è nata la tua passione per questo lavoro - perché di passione si tratta naturalmente? C’è un evento o una persona in particolare che ti ha suscitato questo stimolo o è stato piuttosto un bisogno di andare a fondo nella conoscenza interiore di te stessa?
Dopo il liceo ho studiato un anno di Medicina. Capivo che non era il mio mondo, perché ero troppo sensibile agli odori degli ospedali, non tolleravo la sua tristezza, le sofferenze e i dolori. Da piccola amavo la letteratura, l'arte ma senza capire esattamente che era la recitazione quella che amavo. È stato grazie a una mia amica, di nuovo per caso, o meglio per Destino. Si è fatta venire l’idea di un concorso e io mi sono buttata a capofitto in questo sogno. Il Destino mi ha favorito, ho vinto la possibilità di studiare all’Accademia delle Belle Arti di Tirana. In quei 4 anni di percorso ho messo tutta la mia passione e l'amore per quest'arte. Non mi sono mai pentita di questa scelta, nonostante tutte le difficoltà che ho dovuto affrontare, è stata la migliore scelta della mia vita, un vero cammino del cuore.

19. A quali progetti ti stai dedicando in questo momento?
Ho appena finito di girare un corto a Tirana la settimana scorsa. Si intitola Finalmente a casa, e infatti mi sono sentita anche io finalmente a casa a recitare di nuovo nella mia lingua. Sono in attesa delle date delle repliche dello spettacolo Un bacio sul cuore di Michele Placido, e, nel frattempo, sto valutando una piece teatrale a Tirana. Siamo anche in fase di preparazione del nuovo film di Alimani Gold.

20. Dimmi che destino avrai… nel tuo futuro: resterai in Italia o ti aspettano nuovi viaggi?
In Italia ho la mia famiglia, quindi tornerò di sicuro. Sto pensando, però, a una nuova esperienza in Francia o in Inghilterra… Le vie del destino sono infinite… Credo nel Destino ma anche nel detto: “Il Destino non è altro che il risultato delle nostre azioni passate”.

Patrizia Boi
Patrizia Boi è nata a Cagliari e vive a Roma dove lavora per una grande società di servizi come ingegnere civile. Scrive romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia oltre che articoli e interviste.
È autrice del romanzo Donne allo specchio pubblicato nel 2006 da L'Autore Libri Firenze nella collana Biblioteca 80-Narratori, nel 2008 giunto alla terza edizione, e della raccolta di fiabe Storie di Magia illustrato da Maria Cristina Lo Cascio e pubblicato nel 2011 dalla Happy Art Edizioni di Milano, nella collana Le Radici, con il patrocinio della Provincia di Cagliari, della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Cagliari e della Associazione Europea dell’Allegria. Alcune sue filastrocche sono state pubblicate nel 2007 sulla rivista mensile Noidonne.
Nel 2009 ha pubblicato una serie di racconti sul quotidiano Il Nuovo Territorio di Latina e nel 2011 una serie di storie sulla rivista Le Donne Raccontano di Milano. È presente nella plachette Oltre italianuda Edizione elettronica, La città e le stelle, 2010.
Dal 2011 collabora con il mensile Sardinews, per il quale ha pubblicato la fiaba Il Mascheraio Magico. Dal 2012 collabora conContemporary Literary Horizon, una rivista bilingue e multiculturale indipendente di cultura e spiritualità contemporanea, dove ha pubblicato, in italiano con traduzione rumena a fronte, le fiabe Il Mascheraio Magico, Il Mago Palandrana e la vecchia Zaira, La Chiavetta Magica, Il Principe Amos e la Ballerina dal cuore d’oro, Il Pinguino Imperatore. Nel 2013 ha collaborato con il portale dell’Eur.
Dal 2013 scrive articoli, interviste e fiabe per Wall Street International Magazine per il quale ha pubblicato le fiabe: Amos e la ballerina dal cuore d’oro, Lug e suo figlio Catorchio; Perla, la donna scheletro; Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta; La Magnolia dai fiori di porpora; La donna delle ossa; Luchino e la ranocchia; L'Albero Andronico; Erlak, la Donna Foca; La Fata Alba Spina; Il Ginepro e la Gineprina; Il Larice innamorato. Dal 2014 collabora con il giornale Tottus in Pari, con il portale di cultura e informazione Controluce e con il periodico indipendente di cultura e informazione cinematografica I Diari di Cineclub.
Nel corso del 2014 ha pubblicato, sempre per Wall Street International Magazine, a puntate il volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra, scritto in collaborazione con l'erborista Lidia Costa e la costellatrice Lucia Berrettari. Una scrittrice, la cantastorie, un’erborista, la donna di medicina, una costellatrice, la strega guaritrice, interpretano con le loro diverse arti lo spirito e la magia delle piante e il loro potere di guarigione.
Dal 2015 collabora con la casa editrice “dei Merangoli” per la quale organizza eventi e per la quale è in corso di pubblicazione una monografia su Roberto Luciani - Architetto, Archeologo, Storico dell’Arte. Dal 2016 collabora pubblicando articoli e studi sull’ambiente con la Community Internazionale The World of Collaborative Engineering - A creative Revolution

WALL STREET INTERNATIONAL