giovedì 20 luglio 2017

C'era una volta... / La vera magia delle fiabe


C'era una volta...

La vera magia delle fiabe

16 GENNAIO 2015, 
LUISA MARIANI

Una delle funzioni fondamentali della madre nella relazione col proprio figlio, agli albori del loro rapporto, è quella di fare da “porta-parola”del suo bambino, cioè di accompagnare con la propria voce e di dare significato con le proprie parole e col proprio pensiero alle esperienze di piacere o di dispiacere del piccolo che ancora non sa esprimersi col linguaggio verbale. L’infante, però, sa usare tante altre modalità comunicative come per esempio il sorriso, il pianto, l’irrequietezza, la qualità dello sguardo, inondando e depositando fiducioso in lei i suoi stati d’animo, soprattutto quelli paurosi e confusi, perché vengano bonificati.
E la madre, se è emotivamente disponibile a ricevere queste comunicazioni, si identifica profondamente con il suo bambino, e in questo caso è come se sognasse da sveglia le sue sensazioni, i desideri, le percezioni e glieli traducesse in un discorso narrativo. Il preconscio materno viene a costituire, così, una parte dell’apparato del bambino, per significare e rappresentare quello che la sua coscienza primordiale non è ancora in grado di elaborare. Sentendosi allora rispecchiato e riconosciuto dalla mente accogliente e trasformatrice della madre, che mette in atto quella funzione sognante che si chiama “rêverie” e che le permette di entrare nei panni del suo bambino, questi introietterà questa competenza ed inizierà, a poco a poco, a trasformare e a “digerire” da solo i contenuti mentali caotici e confusi che gli pervadono la mente, riconoscendone il significato emotivo.


Il parlarsi, dunque, il raccontare la storia di quel momento particolare o il raccontare le storie in generale, è un’esperienza relazionale ed evolutiva molto importante, tanto che i buoni genitori continueranno a lungo ad accompagnare i loro figli con l’arte del narrare, soprattutto per aiutarli nei momenti difficili, come per esempio quelli inerenti ai distacchi o all’addormentamento (si sa che i ritmi circadiani che sottolineano l’ attraversamento dallo stato di veglia al sonno sono spesso latori di ansia e non solo per i bambini), oppure nei periodi di passaggio, proprio perché la storia si offre come contenitore degli affetti messi in moto dai cambiamenti, in quanto dà forma e nome a sentimenti che inquietano. In questo modo si dà, non solo la possibilità di avvicinarsi a parti di sé non pensabili, ma si offre anche l’occasione di condividere forti emozioni, perché l’atto narrativo in sé, crea un campo magnetico emotivo che favorisce la costituzione di legami significativi. Cosa, allora, più della fiaba è atta a rappresentare questo momento magico del raccontare, toccando temi scottanti e paurosi senza esserne feriti?
Tante sono le tipologie di fiabe, ad esempio esistono fiabe di paura, fiabe che raccontano il percorso di crescita, fiabe che rappresentano l’iniziazione alla vita adulta o fiabe spaventose che personificano i terrori del bambino, le “paure senza nome” che, spesso, prendono forma negli incubi notturni. K., una bambina di sette anni affetta da una importante malattia fin dalla nascita, che l’ha costretta ad una vita infestata da interventi chirurgici, cure estenuanti e limitazioni umilianti nell’esperire appieno la vita, presentava una forte angoscia all’addormentamento che tentava di placare ricorrendo a richieste ossessive di rassicurazione alla madre prima di addormentarsi. Voleva che la mamma, tutte le sere, le confermasse più e più volte che la porta era chiusa, che le tapparelle fossero abbassate, che la sveglia fosse puntata, che avrebbe fatto dei bei sogni, ecc. riducendo la madre a uno sfinimento psicofisico che non riusciva più a tollerare, anche perché non comprendeva il bisogno di rispondere almeno sette volte ad una stessa domanda.


Abbiamo riflettuto assieme che forse non era tanto la risposta che placava le angosce della bambina, ma era la “voce di mamma” che voleva ascoltare a lungo per non sentirsi sola e terrorizzata rispetto al buio e all’ignoto della notte. La proposta di raccontare una fiaba invece che rispondere stancamente e sconsolatamente alle estenuanti domande di K, ha avuto subito un riscontro positivo: la madre ha iniziato a partecipare con piacere al rito della narrazione e K. aveva la mamma accanto a sé in una atmosfera emotiva di piacevolezza per entrambe. Lo stanco e stressante momento dell’ “a domanda-risponde” si era trasformato nel “loro” momento, un gioioso appuntamento serale connotato da un clima affettivo di benessere, che permetteva di scoprire e di vivere uno stare assieme pacificante ed emotivamente appagante che bonificava la probabile angoscia di morte di K. e l’ansia della madre.
Il raccontare le fiabe permette di dare nome ed esorcizzare i fantasmi che vagolano inquietanti nella camera dei bambini: il terrore dell’ignoto, le angosce delle esperienze di separazione dall’ambiente familiare protettivo, le ansie dell’incontro con un mondo estraneo, pericoloso, ma anche la paura di crescere e di sperimentarsi con gli ostacoli della vita. Le fiabe aiutano il bambino a non sentirsi solo nell’affrontare l’impresa del vivere, del dover incontrare un mondo che, all’inizio, può essere vissuto come il nemico con cui confrontarsi e contro cui combattere. Ed ecco nella storia comparire “il cattivo” per dare forma e pensabilità ai problemi del nostro piccolo esploratore della vita: d’altra parte il male occorre incontrarlo, bisogna attraversarlo se lo si vuole vincere e, nel racconto, il problema è dicibile, diventa universale, è di tutti i bambini che lo ascoltano; questo è un vantaggio perché aiuta a depotenziare le tensioni e a diminuire le fantasie persecutorie in quanto si possono attribuire ai personaggi tutto le bruttezze che appartengono all’ascoltatore e che lo spaventano.


La fiaba, personificando le sue angosce, permette al bambino, in compagnia dell’ adulto a cui si affida e da cui dipende, di vedere rappresentata la sua situazione di debolezza e di immaturità, e di sentire la paura condivisa col narratore che, con la tonalità della voce e la sua partecipazione empatica, interpreta il suo stato d’animo, gli comunica vicinanza e comprensione, contenendo così la sua ansia profonda. E la voce è la musica del materno che il bambino ha imparato a conoscere già nel periodo fetale, è l’ambiente sonoro noto, fatto di toni alti e bassi, di pause e di agglomerati di suoni, tutti movimenti che sottolineano le sensazioni, le emozioni primarie, gli stati di malessere e di benessere che impastano la natura umana.
Il racconto della fiaba è costituito da parole/bozzolo protettive che fondano le radici della vita psichica, sono parole incantate che consolano il piccolo, lo accompagnano e lo aiutano a sperare nella possibilità di essere aiutato. Ma, soprattutto, la dinamica della storia è in grado di dar vita e comprensione, a movimenti emotivi che il bambino, di fatto, vive già in proprio, ma con grande peso: la chiusura, la fuga, l’avidità, la gelosia, i desideri di possesso esclusivo, la rabbia, l’aggressività, la paura della solitudine, ma anche l’angoscia provocata dal cambiamento degli stati umorali dei genitori. Lo scopo del raccontare fiabe è quello di creare una buona atmosfera relazionale, di favorire un clima di apertura, di fiducia, di legame e di autonomia attraverso l’esperienza fondamentale dell’essere in compagnia nell’attraversare il buio pieno di fantasmi. “Niente di ciò che la psicoanalisi ha scoperto dello psichismo umano è assente dalla fiaba” dice René Kaës, essa è fatta della stessa trama di cui è composta la psiche.
La fiaba è uno strumento impagabile, fondamentale, nel favorire lo sviluppo della personalità, è una tappa esperienziale indispensabile di trasformazione della vita psichica e, come il sogno, aiuta a metabolizzare le sensazioni e le emozioni in rappresentazioni di pensiero. La fiaba è, dunque, indispensabile per quanto riguarda lo sviluppo della vita psicosomatica dell’individuo, ma lo stesso processo avviene anche per la storia dell’umanità, infatti, non a caso, se si vuole conoscere un popolo, è proprio attraverso i suoi miti che lo si può incontrare a livelli profondi, per poi riconoscerne le differenze e poter stabilire legami di solidarietà.



mercoledì 19 luglio 2017

Diario invernale di un piccolo lembo di te / A cosa pensi quando io penso a te?


Legame
Foto di Mira Nedyalkova

Diario invernale di un piccolo lembo di te

A cosa pensi quando io penso a te?

22 MARZO 2017, 
LUCIANA MANCO

16 Dicembre 2016

Sul treno, due ragazzi, molto giovani, si baciano di continuo, guardandosi negli occhi, come se lo sguardo potesse fare da sigillo eterno. Poi lui arriva alla sua fermata. Un ultimo bacio e scende di corsa. La guarda da giù, lei col naso vicinissimo al finestrino, fa piccole condense di respiro sul vetro. Lui si batte piano il pugno sul petto, come per dirle: "Ti porto nel cuore". Ma lei non fa cenni. Lo guarda, persa. Spaventata. Ed è come se tutto di lei dicesse: "La mia anima può vivere, nel tuo cuore, sì. Ma io, tutta intera, carne-ossa-naso, no".

Sogno
Foto di Mira Nedyalkova


19 Dicembre 2016

Le notti d'inverno, in cui te ne vai. Un paesaggio innevato che vedo dal finestrino. I rami altissimi delle tue ciglia, la discesa libera del naso, ed io che sempre senza equilibrio mi rompo le costole in picchiata sui tuoi denti. E mi immergo nelle coperte parlandoti coi brividi, un piccolo sisma che non avverti, ma che hai voluto tu, strappandomi le radici. E la mia caduta poco ti importa, ché non sarò mai una tua mancanza, una valanga troppo innocua, che non si gonfia mai di te. Io sono solo un errore, un imprevisto preso come un segno, un sassolino che da solo non ti riporterà mai a casa.

Sorelle
Foto di Mira Nedyalkova


16 Gennaio 2017

Quando qualcuno piange sul treno, io non so mai cosa fare. Perché sei costretto ad essere presente ad un dolore che non conosci e che non puoi curare in nessun modo. Però dalla seconda volta che mi è successo, ho iniziato a lasciare dei bigliettini. Appena prima che uno dei due scenda dal treno, io gli do il mio bigliettino. Con parole semplici. Le prime che mi vengono. Perché io credo che nel dolore siamo tutti uguali. Che esternarlo ci renda ridicoli, a volte, e che ci punti mille riflettori di pietà addosso. Ma che si possa ritrovare un nanosecondo di pace se un'altra persona, anche se estranea, ti avvicina le dita agli occhi per non farti accecare.


Le tue mani
Foto di Mira Nedyalkova

24 Gennaio 2017

Ti tocco le labbra, con la punta delle dita, le muovo lente, le lascio umide di te, per sfogliare meglio, studiosa della tua esistenza, ogni pagina della tua enciclopedica bellezza.
2 Febbraio 2017

Tu ruoti lo sguardo intorno al mio corpo, per capire in cosa tu sei meglio, la taglia in più del seno, l'ampiezza del fianco. Io quando poso lo sguardo su di te è te che cerco. Come ti modellano le dita di una mano? Che suono fai quando ti sfiorano i capelli? Come rispondono le tue ciglia all'invasione di ciò che hai dentro? Tu mi pesi, mi misuri. Io sto in silenzio e chiedo.

Farfalle
Foto di Mira Nedyalkova


8 Febbraio 2017

Il Festival quando c'eri tu. Io ero troppo piccola per capire, tu troppo grande per dimenticare. La cucina che sa sempre di te, anche oggi. La poltrona un palmo aperto sotto il tuo peso. "Lo vede anche lo zio in Germania", dicevi. Per te l'Eurovisione era un miracolo che univa gli occhi di chi amavi nello stesso punto. Io lì, in quel punto, ritorno, ogni anno. Perché sono fatta di nostalgia. Non sono attenta alla voce che stona, al vestito sbagliato. Non chiamo troia una donna perché è bella, ricordo quello che mi hai insegnato. Io non credo nella musica che sento. Ma sento te, e di questo mi accontento.
24 Febbraio 2017

Invidio quegli uomini tenaci, che si incatenano, che salvano balene. Io passo la vita a rosicchiare corde, a tormentarmi le labbra, trattenendo respiri. Quando perdo l'equilibrio tiro giù chi mi è accanto, perché penso che possa rallentare il dolore, che possa soffiarmi su d'amore, e mai riesco a prevedere lo schianto. Io non posso salvare niente. Più stringo per proteggere te, fragile, e più ti rompo in mille pezzi contro il mio cuore. Sono un'urgenza che pesa quintali, legata alla zampa di un uccellino. Un allarme che suona straziante nel mezzo di un bel sogno. La paura che svena di silenzi la più sana delle poesie.
27 Febbraio 2017

Ho una voglia insopportabile di ostentare il male. Di disattivare la leggerezza. Di gettarmi come cemento sulla tua schiena. Di ridare ai denti la loro vera funzione. Di sopprimere la forma, possedendo la sostanza. Voglio violare. Insinuarmi. Estorcere. Disseminare. Stratificarmi di roccia e fuoco. Svettare dalla terra come un brutto monumento al tuo candore. Smetterla di farsi del bene, a costo di morire di attenzione.

Strette Strette
Foto di Mira Nedyalkova


6 Marzo 2017

Vorrei tornare intatta, riprendermi i resti, cancellare le mie impronte digitali. Lavarmi via da te, impedirti di spogliarmi, petalo dopo petalo, a strappi netti, in un m'ama non m'ama che t'ama sempre.
13 Marzo 2017

Baciarti come se fosse una perquisizione. Per inchiodarti di fronte ad una prova schiacciante, un respiro che cambia direzione. Ma tu conosci un codice di sblocco che la tua lingua muove sulla mia, per fare incetta di tutti i miei tesori. Mentre io provo ad incastrarti, tu mi scappi dalle dita, mi scassini le parole, macchi irrimediabilmente ogni mia poesia.

Foglie gialle
Foto di Mira Nedyalkova


15 Marzo 2017

Quando vivevo ancora nel mio piccolo paese in Salento, e non riuscivo a dormire, mi arrampicavo sul terrazzo, passando dalla finestra di camera mia, trascinandomi una coperta che mi facesse da bozzolo. Mi fermavo anche ore a spiare le case degli altri, a dedurre l'ultimo fumo che esce dai caminetti, a guardare le stelle senza mai credere di poterle contare. Ma da quando vivo qui non ho un terrazzo da raggiungere con la prontezza di uno slancio. E allora vengo a spiare te. Per farlo apro una finestra col tocco di un polpastrello. Mi arrampico sulle tue parole, sulle canzoni che scegli, sui piccoli mattoncini di testo che trascrivi tra virgolette, sui tuoi sorrisi dietro filtri di colore come fumo di caminetto. Ti guardo gli occhi e so di non poterti misurare. Ho sempre saputo di non poterlo fare. Solo mi fermavo così a guardarti, ed esprimevo un desiderio tutte le volte che riuscivo a non farti cadere.


lunedì 17 luglio 2017

La buona occasione / Come sarà la prossima volta che non torni?


La buona occasione

Come sarà la prossima volta che non torni?

22 LUGLIO 2014, 
LUCIANA MANCO

Quando mi sveglio tu sei già andato via. La pioggia spezza in verticale l'orizzonte parallelo alle mie persiane. La guardo per un po', immaginando fili tesi dall'asfalto al cielo e fatti tremare. Un gioco che mani giganti compiono per tenerci chiusi in casa. Ma qualcuno esce, esce sempre, per necessità o per dispetto. Guardo le mie gambe nude sul lenzuolo bianco. Con tutti i passi che hanno fatto fino a te. Con tutti i passi che potrei e che non voglio. La pioggia aumenta coi suoi fili rumorosi. Io mi alzo e nello specchio appaio bianca e nera come una fotografia. I gesti meccanici raccolgono i capelli, lavano il viso, si fanno il caffè. Io invece sono ancora fiorente e calda su di te, che mi guardi come uno che annegava e poi una corda, poi una barca, poi la terraferma dei miei mille movimenti per amarti.


Il mio telefono non squilla, la mia casa non emette alcun rumore. Tutto proviene dall'esterno. Qui il silenzio è corazzato. Quasi temo il mio respiro: si è stancato di aspettare, e ti cerca riconoscendo il tuo odore, che hai lasciato nelle stanze come il disastro del ladro che non trova niente di valore. Ed io cammino su questo odore sparso e non riconosco niente di tutto ciò che avevo. La finestra inquadra sempre lo stesso angolo. Io guardo i nomi nuovi sulla porta della scuola, e gli omini di cartone, e le grida della maestra dure e gialle di plastica. Non teme la sua voce. Gliel'hanno rotta gli ordini. Non la sente più. Solo le pulsano le vene nelle tempie. Poi d'improvviso torni, con un vestito che piove nero come un'autostrada, i capelli liquidi in riccioli di catrame, le ciglia lunghe infilate di perline. “Sei tutto bagnato” dico con la voce che si fa coi bimbi per potergli dire “ti amo” in ogni istante. Tu sorridi e ti togli la giacca, ti strofini il naso con il dorso della mano. “Vieni qui, che ti prendo un asciugamano”. E corro in bagno leggera come l'eco di un salto, e tu sei lì nella pozzangherina del tuo ritorno, ad aspettare la mia cura, la mia gioia. Ti strofino la schiena, le efelidi che ti ha posizionato il sole ad ogni bacio. Affondo il naso nell'incavo della scapola, e chiudo gli occhi per impormi di non dimenticare.

La finestra inquadra sempre lo stesso angolo. Il carrozziere che tratta coi clienti, la ragazza col caschetto a spesso con il cane. La ferrovia che mi somiglia, che brulica di attese, che sono una, unica e uguale, universale. Poi d'improvviso torni, con una busta colma di spesa e con l'affanno. “Scusa, ho fatto tardi al lavoro, ma stasera ti preparo una cena che non ti scordi più”. E tiri fuori il vino, lo shiraz che piace a me, e il pesce fresco nella carta ruvida e bianca, e i pomodori, e l'olio, e tutto il resto, che ho l'acquolina in bocca ed una gran fame, e ti sorrido come la bimba che sono quando mi fai le cose buone e ti giro intorno come un satellite intorno al mondo.

La finestra immobile, lì, da sempre, inquadra lo stesso angolo. I marciapiedi che mille vite guidano fino a casa, il barista che strofina bicchieri parlando agli avventori, la casalinga che ha comprato le scatolette per il gatto. Dal frigo quasi vuoto prendo un uovo, dell'insalata. I gesti meccanici cucinano, condiscono. Io invece mi faccio bella, metto il rossetto ed il vestito nero preso in Grecia. Le tovagliette sul tavolo, le candele. Spalanco le tende, faccio entrare il buio della sera, ad inondarti di luci gli occhi. I gesti meccanici mangiano. Il silenzio regge imperterrito. Guardo la porta chiusa, sbarrata dalla tua ultima uscita, che solo tu puoi sfondare, tornando. Solo tu puoi salvarmi, hai chiuso dall'esterno. Mi hai chiusa dentro, in questo posto da cui entro ed esco, sì, ma ti sei portato via le chiavi e la parola “casa” e i nostri mobili comprati con gli occhi e pagati con le risate e i giochi. Ti sei portato via il nostro cane che ancora non avevamo e i nostri figli che qui mi crescono di domande dentro al ventre.

Questa è una buona occasione. Di sicuro fuori è freddo anche se è estate. Di sicuro il fiume delle strade è impervio e tu sei stanco e vuoi dormire. Riporta l'ugola degli uccellini, e l'aroma del caffè, e lo scorrere dell'acqua nella vasca, il tintinnio dei calici amanti. Ho smesso di scriverti perché scrivere cose tristi è un po' come spegnere le cicche sulle corolle dei fiori. Tu così mi fai sentire, sempre, inopportuna e cattiva per il mio troppo amarti. Invece io ho un trucco che spegne i temporali, che dà polpa alla mia spina dorsale, che azzittisce la campana che suona mille volte a rintocco per urlarmi il tempo. Però mi servi tu, il tuo palmo e il tuo sterno sul quale ho fatto osso la nostalgia.
Quando mi sveglio tu sei già andato via.




domenica 16 luglio 2017

Luciana Manco / Biciclette e treni




Biciclette e treni

Respiro e battito

22 GIUGNO 2017, 

È stato il giorno in cui ho imparato ad andare in bicicletta che ho realizzato che tutto quello di cui avevo bisogno per vivere erano respiro e battito. Potevano essere rotti da un'emozione, dalla paura, dall'amore, dalla fatica, dall'angoscia e sarebbe stato meglio non cadere.

Mio padre mi ha insegnato a prendere il volo senza darmi lo slancio, come si vede nei film.

Non mi ha accompagnata correndo, tenendomi ben salda dalla sella, per poi lasciarmi andare una volta trovato l'equilibrio.
Mi ha prima insegnato a smontare le rotelle, a svitarle con tutta la forza che avevo. Poi si è allontanato, distante pochi metri, che a me sembravano chilometri, e mi ha detto: “Vieni qui.”.



Così io ho cercato di capire la giusta angolazione del pedale per produrre la spinta necessaria a farmi partire. Muovevo il piede su e giù, variavo di pochi centimetri il tocco, poi spingevo, facevo mezzo metro e rimettevo i piedi a terra. Mio padre sempre lì, fermo, ad aspettarmi. Non mi incitava, non mi aiutava, niente. Restava lì, sotto il sole cocente di giugno, come la meridiana della mia vita che segna sempre l'ora più bella, l'ora del riposo. E più provavo a pedalare, e più mi concentravo sul mio cuore, sul mio respiro, sulla fragilità che scoprivo come una premonizione terribile.
Da quel giorno, per tutta l'estate, non ho mai smesso di correre in bici, non ho mai smesso di avere paura. È a quel giorno che penso, oggi, che ho deciso ad imparare a perdonarti. Tolgo a fatica ogni piccolo sostegno, ogni sbarra di ferro, che mi aiuta a stare al mondo, che sorregge la mia caduta, sotto il peso deformante del vuoto che hai lasciato. Smonto le parole di circostanza, le frasi fatte, le pacche sulla schiena. Mi metto di fronte a te, senza equilibrio, e tu lontanissima, e sei una meridiana, tu, che non ha mai funzionato, che ha sempre contato le ore perse, le ore rubate, le ore contate.
E cerco di trovare un equilibrio, tra respiro e battito, tra i due motivi per vivere di cui io sono fulcro, parte stabile di questa bilancia, e faccio passetti per perdonarti, per porgerti ancora le mie guance, che hai ferito di carezze tolte. E rimetto i tuoi debiti, che si contano sulle dita della mia vita, e mi rimetto in piedi, e ti lascio lì al sole, ad asciugarti di tutta la mia rabbia, di nuovo pulita, fresca, mai più mia. E anche se muoio di paura, anche se vedo la caduta come una minaccia costante che mi sfiora le tempie, ti concedo il mio perdono, nel vano tentativo di fare eco nel vano del tuo cuore.


Uscirò, andrò a brindare, a bere vino rosa senza pensare alla tua bocca, riderò sguaiata, mi muoverò al rallentatore, felice, i miei capelli al vento, depurata dal mio rancore, leggerissima senza più la valanga infame della tua perdita nella mia pancia. Sarò un frame di un film bellissimo che parla di gioia. Che finisce con te che vai via senza lasciare un minimo di ricordo, come un treno che passa e non è il mio, che è sul binario opposto, ed io nemmeno lo vedo perché guardo dall'altra parte, perché aspetto il suono, le luci, il muso di quel treno che invece è il mio, come nelle migliori metafore delle occasioni da prendere, da non perdere, ed io lo aspetto che ho già tutto quello che mi serve, respiro e battito, perfettamente in equilibrio.
E salirò rapida, cercherò il mio posto, ed è un treno freschissimo, e devo solo stare seduta, comoda, non devo prendere nessuno slancio, nessuna spinta, non devo pedalare. Devo stare morbida, rilassata, col tempo scandito dalla voce registrata, senza meridiani, senza sole cocente ad ardere gli occhi.

Ma so già, benissimo, come andrà a finire, perché sono vittima di questo maleficio che ho morso dalla tua carne, che mi vedrà morire per mano tua, ancora una volta, perché non posso salvarmi, perché non ho mai fatto il biglietto per questo treno perfetto, ma per quello che ho perso e che perderò per sempre, e mi sbatteranno via, giù, alla prossima stazione, ed io continuerò a maledirti, ad odiarti, e ogni volta andrò a chiedere un biglietto per la tua corsa, e sempre mi metterò in un angolo ad aspettarti, per vederti andare via, sbagliare treno e ricominciare senza mai una fine.
E anche se ho imparato ad andare in bicicletta, e anche se ho imparato a perdonarti, il mio respiro, il mio battito, li riaccendi tu, ogni volta che passi dalla mia fermata senza fermarti.
Tutte le foto sono di Angie López
Luciana Manco
Luciana Manco è nativa della provincia di Lecce. Ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “manco.” a sostegno di Frigolandia, terra di Frigidaire, che contiene dieci sue poesie e dieci tavole di dieci artisti diversi, dedicata ad Andrea Pazienza, con prefazione di Manuel Agnelli (Afterhours) e con un intervento di Ascanio Celestini.
Ha vinto diversi concorsi nazionali di poesia, e collabora con il webmagazine musicale losthighways.it, con Salentuosi, con Urka!, con Frigidaire, con Il Male, con La Tampa, con Picame ed altri.
Conduce un programma radiofonico dal titolo Carnet Erotique su Radioflo.it e ha collaborato con molti musicisti nella scrittura di testi musicali. Nella vita si occupa di web marketing e tiene dei laboratori di scrittura creativa.

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