sabato 3 ottobre 2015

Joël Dicker / «Il nuovo libro mi sveglia all’alba»





L’INTERVENTO DEL ROMANZIERE SVIZZERO, 
OSPITE DEL FESTIVAL LA MILANESIANA 2015

«Il nuovo libro mi sveglia all’alba»
Joël Dicker e il successo 
dopo cinque romanzi rifiutati


«Per vivere appieno la scrittura bisogna tramutarla in un’ossessione positiva»

di JOËL DICKER

Ho sempre avuto delle ossessioni. Dei tic, delle fissazioni, dei rituali e perfino delle superstizioni. Non toccare le commessure delle lastre sul marciapiede, contare i gradini delle scale, camminare solo sulle linee gialle, o non camminarci affatto. Se con la bici riesco a superare il tram, sarà una bella giornata. Se il semaforo diventa rosso prima che io superi l’incrocio, sarà una brutta giornata. Alzarmi all’alba per cominciare bene la giornata, ascoltare musica prima di mettermi a scrivere, scrivere a mano anziché col computer quando mi sento bloccato su un testo. 
Queste piccole manie sono le mie ossessioni. Hanno tutte una cosa in comune: a voi possono sembrare futili o addirittura incomprensibili, per me sono piene di senso. Per me sono una sfida, un gioco, e soprattutto sono ciò che mi fa andare avanti. Perché senza le mie ossessioni non sarei niente. E dietro l’aspetto giocoso che rallegra la mia quotidianità, l’ossessione può assumere l’aspetto di una voglia, di un sogno che voglio fare di tutto per realizzare.

In questo campo il caso più emblematico è la scrittura. A vent’anni, per la prima volta, mi dissi che volevo scrivere un romanzo. Mi ero appena iscritto alla facoltà di diritto dell’Università di Ginevra, e devo dire che mi annoiavo un po’. Mi sfidai a scrivere un romanzo, e questa sfida divenne un’ossessione quando, dopo un anno, il mio manoscritto venne rifiutato da tutti gli editori cui l’avevo spedito. Allora mi dissi che non potevo bloccarmi su un fallimento e che avrei continuato a scrivere finché non fossi stato pubblicato almeno una volta. Perciò mi rimisi subito al lavoro e scrissi un secondo romanzo. Lo spedii di nuovo ad alcuni editori, i quali di nuovo lo rifiutarono. Allora scrissi un terzo romanzo, che di nuovo venne rifiutato da tutti gli editori. Scrissi un quarto romanzo, che di nuovo venne rifiutato da tutti gli editori. Scrissi un quinto romanzo, che di nuovo venne rifiutato da tutti gli editori. Ma non potevo arrendermi: giurai a me stesso che avrei fatto di tutto per scrivere un romanzo che venisse accettato da una casa editrice. Allora ripresi le varie lettere di rifiuto che avevo ricevuto dagli editori e raccolsi tutti i minuziosi appunti che avevo preso sui miglioramenti necessari. E mi rimisi al lavoro. Ancora e ancora. E così iniziai a scrivere il mio sesto romanzo, La verità sul caso Harry Quebert , che avrebbe avuto un enorme successo. 
Quando racconto la storia dei miei romanzi, spesso mi chiedono se conto di pubblicare i romanzi precedenti, e io rispondo sempre di no. Per me sono stati il percorso indispensabile e ossessivo dell’apprendistato narrativo. Non avrebbe alcun senso pubblicarli, non adesso.

Questo modo ossessivo, quasi bulimico, di lavorare mi accompagna in gran parte dei miei progetti e delle mie voglie. È in questo modo che mi sono lanciato nello sport e soprattutto nel jogging. Un giorno, andando a correre con mio cugino e rendendomi conto delle mie scarsissime capacità, decisi che dovevo a tutti costi dedicarmi allo sport seriamente. Cominciai ad alzarmi prestissimo la mattina per andare a correre e diventare un atleta migliore fino a diventare un atleta ossessivo. 

Per me c’è un nesso diretto tra l’ossessione e l’alba. Parto dal presupposto che un’attività possa trasformarsi in ossessione solo se praticata in orari scomodi, soprattutto la mattina prestissimo. Ho cominciato con il jogging all’alba, adesso mi alzo sistematicamente all’alba per scrivere e lavorare. In questi ultimi mesi, il mio romanzo mi costringe a svegliarmi alle 4.30 del mattino. Adoro la sensazione speciale del cielo ancora buio, come se si superasse la notte svegliandosi prima di lei. Adoro vedere la città ancora addormentata. Ho l’impressione di rubare tempo al tempo. È in questi momenti che l’ossessione raggiunge il massimo della bellezza: quando trascende la nostra nozione del tempo. È in questo momento che tutto diventa possibile.

Mi sarebbe piaciuto essere un ricercatore o un matematico. Avere un ufficio disordinato in un’università e una lavagna piena di formule scritte col gessetto.Penso di ritrovare una sensazione molto simile nella scrittura di un romanzo. Farmi assorbire dal mio progetto tanto da perdere la nozione del tempo e del prossimo. Finché l’equazione non sarà risolta, non ci sarà riposo possibile, e anche se mi legassero a forza in un letto, il mio cervello continuerebbe a lavorare. E se mi costringeranno a dormire, il mio progetto lo continuerò nei sogni. È ovunque, è sempre, è incessante. È ossessivo. 

L’ossessione supera la passione. È l’ultimo stadio, è la cima della piramide. La passione ci spinge a intraprendere qualcosa in maniera ossessiva. Alcuni considerano l’ossessione in maniera negativa, io la considero indispensabile alla riuscita. Ha i difetti del perfezionismo, ma il perfezionista ossessivo sublima il perfezionismo stesso, tendendo a eliminarne gli aspetti negativi. 

Spesso le persone mi chiedono cosa debbano fare per scrivere un romanzo. Io rispondo che devono averne l’ossessione. Più che l’aspirazione, più che la voglia, più che il desiderio, più che la passione.

Ovviamente i medici, e in particolar modo gli psichiatri, vi illustreranno l’ossessione dal punto di vista medico. E se aprite un dizionario, la definizione delle ossessioni fa tremare. Per il Petit Larousse, l’ossessione è «un’idea spesso assurda e impropria che nasce nella coscienza e la assedia». Ossessioni e compulsioni. Ossessioni ideative, con annesse idee ossessive. Ossessioni fobiche, con annesse carovane d’angosce. Ossessioni compulsive, con annessa paura di commettere azioni turpi. 

Che bella idea farsi assediare dalle idee! Lasciamo che le idee ci ossessionino, per realizzarle quando ci piacciono. E non lasciamoci ossessionare da idee che non ci appassionano. Perché, come dicevo prima, diversamente dalla triste definizione che i dizionari danno dell’ossessione, nella bellezza dell’ossessione c’è di che sublimare i nostri desideri e le nostre passioni. Perché bisogna avere l’ossessione delle proprie ossessioni. Bisogna selezionarle, averne cura, affinarle, abbellirle. Io le mie ossessioni le voglio belle, le voglio utili, le voglio divertenti. Bisogna essere esigenti con l’ossessione! Che senso ha amare l’ossessione se è insulsa?

Infine bisogna ricordarsi di dimenticare di avere l’ossessione delle ossessioni. Dimenticare di alzarsi, dimenticare di lavorare, dimenticare le proprie manie, i propri tic, le proprie fissazioni, i propri rituali. Attraversare la strada senza preoccuparsi delle linee gialle per terra, non contare i gradini delle scale. Dimenticare le proprie passioni almeno per un giorno, una notte, una sera. Ritrovare il proprio marito, la propria moglie, i propri amici. Amare, essere amati. Respirare. Non fare niente. Lasciare che l’ossessione si riposi, per ritrovarla ancora più bella l’indomani. Non abbiate paura di lasciare un po’ a spasso la vostra ossessione: non va mai molto lontano.

23 giugno 2015 (modifica il 5 agosto 2015 | 20:17)





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