lunedì 24 luglio 2017

La Ravenna sognata di Maestri / Quasi un percorso mistico

La Ravenna sognata di Maestri

Quasi un percorso mistico

30 GENNAIO 2015, 
LUISA MARIANI

Salendo le sontuose scale del Palazzo Rasponi delle Teste a Ravenna, recentemente restaurato, si respira un’aria di sacralità, si sente che ci si sta accingendo ad un evento importante, l’imponenza e la bellezza dell’edificio incutono rispetto e ammirazione, ma la serietà e la compostezza che si respirano dalla teoria di persone che silenziose si apprestano a raggiungere il piano agognato, ricordano i percorsi dei viandanti che si recano fiduciosi e pieni di aspettative a San Giacomo di Compostela o nei santuari anelati, pellegrini che, in questo caso però, si predispongono con tangibile commozione, alla visione di una mostra artistica d’eccezione, Giuseppe Maestri. Il dono. Ravenna sognata. Ed è proprio l’attesa di entrare in contatto col mondo dell’artista che rende l’ascesa al piano nobile del palazzo che ospita le sue opere un’ascesi, quasi un percorso mistico.

Così come personaggio mistico si può considerare Giuseppe Maestri [1] per la sua propensione a vivere un’inesauribile tensione verso l’ignoto e la continua ricerca del senso ultimo delle cose, per la sua disponibilità a lasciarsi sorprendere, per la sua curiosità ad accostarsi e pensare l’infinito attraverso un sapere scaturito da un vertice estetico-etico dove il sogno, l’immaginazione, la capacità di meravigliarsi, la creatività hanno connotato non solo la sua arte, ma anche il suo stile di vita. E’ sempre un tuffo nel mare delle emozioni incontrare Maestri nella sua opera artistica, è un tuffo nella città di Ravenna tanto amata da lui, è un tuffo nel mondo onirico che ha sempre caratterizzato le sue incisioni e i suoi dipinti.
Ci conduce alla mostra un’immensa stella cometa, potente rappresentazione che compare sia sul dépliant della mostra che come gigantografia sui poster che costellano la città, anche se in realtà si tratta di in un piccolo quadro, che compare come ultima opera delle serie di lavori esposti ed è intitolata I Re Magi. È singolare come questo paradosso tra la forma modesta del quadro e la sua dirompente forza simbolica ed evocativa sia anche rappresentativa della personalità di Maestri, uomo umile, dignitosamente appartato, schivo, che ha avuto una rilevanza così fulgida, che si è espresso con una potenza umana e artistica così intensa da lasciare il segno, da incidere con notevole forza sull’immaginario e sul reale.

La cometa di Maestri guida ed orienta con una precisione acuta, con un’energia imperiosa, è un razzo dalla punta infuocata con al centro un cerchio colorato di fattura bizantina che ricorda la volta di Galla Placidia, ma non solo, rimanda anche alla perfezione del mandala, il cerchio della vita, ricco di simboli primordiali e che, secondo i buddisti, rappresenta il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro e che consente una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. Ed è un viaggio che Maestri ci invita a fare attraverso le stazioni della sua opera. Questa stella sembra anche una scimitarra implacabile, bella e tremenda, è un oggetto comunque importante, sovrannaturale che sovrasta la città che appare, per contro, minuta, scura, appiattita dal solito vivere, dove le case, una addossata all’altra, vivono la comune vita di tutti i giorni e sembrano non rendersi conto della straordinarietà dell’evento immanente che si sta manifestando al di sopra e al di là della loro volontà. Tra la banalità della terra e la magnificenza del cielo, ecco uno dei Re Magi che si staglia, gigantesco, quasi a fare da tramite tra il reale e il trascendente, tra il divino e l’umano e, per sancire questo patto, reca un dono.
Il dono è il talento artistico di Maestri, dotazione innata, intrinseca, corredo naturale che la vita gli ha regalato con generosità, ma è anche il continuo dono che Maestri ha elargito con le sue opere alla città, il dono è, inoltre, la possibilità di guardare, assaporare con un leggero stordimento le forme informi che conferisce alle sue rappresentazioni. E le forme, appunto, particolari, sbilenche, irreali, magiche sono la cifra che contraddistingue l’artista come unico, originale; un’opera di Maestri la si riconosce subito proprio per queste forme che rendono i suoi paesaggi cittadini irripetibili, sono solo e squisitamente suoi.



L’oggetto del desiderio è Ravenna e nelle opere dell’artista è decantata in tutti i suoi aspetti, sono tante le variazioni sul tema, i monumenti, le chiese, gli angoli caratteristici della città sono tutti presenti, ma con contorni deformati, incoscienti ed impertinenti. Le case mollemente si appoggiano le une alle altre incurvandosi in maniera pericolosa, ma senza temere di spezzarsi, lì tutto è permesso, tutto può accadere con una naturalezza che ricorda la serietà e la fantasia che connotano il gioco infantile; sembrano case elastiche, plasmabili, come costruite col pongo, ma in quelle immagini oniriche traspare anche una sapienza non comune, una cultura profonda, sono costruzioni ricche di simboli che sanno di storia, di esperienza, di lungimiranza.
La rappresentazione della città, nelle sue opere, è realizzata con un incessante lavorio di scrupoloso cesello ma, paradossalmente, in una dimensione che sembra trascendere le leggi fisiche di gravità, della non sovrapposizione dei corpi, anzi, lo spazio e il tempo si intrecciano in una danza onirica vorticosa e affascinante non vincolati dai limiti della realtà. E, dunque, l’ordine del reale è stravolto: si naviga per cielo e per terra, i pesci volano, le case ondeggiano, le lune cadono e le barche quasi onnipresenti rappresentano forse quel contenitore ondivago che crea contatti tra cielo e terra, tra le acque e l’aria e sono simbolo dell’infinito viaggio di andata e ritorno dell’uomo nella sua perenne ricerca di senso, nell’incessante anelito di verità che, nonostante la passione per la vita, rimarrà pur sempre mistero. E di misteriosità parla la Ravenna onirica di Maestri, misteriosa e colma di significati proprio come lo sono i sogni, a volte è triste, altre è allegra, si può animare di colori o è pervasa da un grigiore annichilente, appare cupa o brillante, tingendosi dello stato d’animo dell’autore che vive, respira e si identifica con la città, sua base sicura, il luogo dell’ideale e del reale, il luogo degli incontri e della solitudine, il luogo del bello e del terrifico. Il luogo della vita.


La barca notturna è uno splendido esempio della pittura fantasmagorica dell’artista, la barca della notte conduce, quale Caronte della mente, nel mondo tenebroso dei sogni e racconta una storia. Il natante attraversa un guado burrascoso e cupo e sta in una posizione di confine tra la città sotterranea, illuminata da luna e sole, attraversata da un arcobaleno, protetta da un volo d’uccello e la città del mondo di sopra, buia, malmenata da una flagellante pioggia battente. E la barca va, e segue e costruisce allo stesso tempo il suo percorso di separazione tra il sopra e il sotto, tra il dentro e il fuori, tra il conscio e l’inconscio, lavoro indispensabile per creare quella “barriera di contatto” germinatrice di storie, di sogni. Ma possiamo anche immaginare che la nostra barca rappresenti l’arca di Noè, che separa il prima dal dopo il diluvio universale e l’uccello-colomba è lì ad annunciare la rinascita della vita. Oppure potrebbe simbolizzare il barcamenarsi tra il bello e il burrascoso nella quotidianità o … o … infinite altre fantasie possono scaturire da questo pozzo di significati che Giuseppe ci offre continuando a condurci nei meandri della mente per far sbucare qualche nuovo pesciolino di immagine-pensiero.
Ci porta anche in un accampamento guerriero ne La tenda di Teodorico, monolite simbolo della città, immagine che spesso ritroviamo nei sogni di Maestri, anche in questa opera lo spazio è assolutamente plasmato dalle mani fantasiose dell’artista e trasformato magicamente: in primo piano sulla terraferma troneggia la tenda-mausoleo di Teodorico, re degli Ostrogoti, conquistatore di Ravenna, sul mare staziona una barca regale, ricca di colori e preziosità, ancor più impreziosita da un drappeggio che, paradossalmente, la apparenta alla tenda del re barbaro, come se ci sia una sorta di rispecchiamento e, nonostante la situazione storica riguardi la turbolenza dell’assedio, il clima che si percepisce è di una calma placida, c’è una sorta di staticità; sono vaghi gli elementi di realtà, entrambe le figure sono trasfigurate dalla visionarietà dell’artista. La volta celeste fa da contenitore, è uno spazio buono, accogliente, non ci sono nubi e la forma ricorda la rotondità di un seno nutritivo o il profilo di una bocca amorevole, linee flessuose su cui si adagia morbida e incantata la città.

Ravenna, la città amata, disponibile e, perciò fruibile dai sensi è, allo stesso tempo perturbante perché cela anche un mondo interno, segreto, indecifrabile e Maestri ha bisogno di rappresentarla una miriade di volte, sempre la stessa, ma sempre diversa, come per un bisogno indomabile di possederla, di svelarla, di conoscerla intimamente e la ritrae con quella instancabile ripetitività che osserviamo anche nel bambino che ha bisogno di rifare lo stesso gioco un’infinità di volte per trovare le sue risposte all’enigma della vita. È lo sguardo di Maestri che crea una Ravenna così morbida, flessuosa, tondeggiante, la città sembra giacere fiduciosa nell’occhio dell’artista-poeta adeguandosi alla forma del contenitore che la ospita devotamente e che le conferisce quel particolare aspetto fiabesco, come racconta Il mistero dell’occhio. Ma la magia trasformativa di Maestri non tocca solo le sue incisioni o le sue tele, ma anche lo sguardo di chi contempla i suoi lavori, sguardo che non si scandalizza, né si meraviglia, né contesta le immagini strampalate che sbeffeggiano le regole della realtà, ma si sintonizza senza fatica, direi in modo assolutamente naturale e scontato, entrando nella logica onirica delle immagini, creando a sua volta poesia.


[1] Giuseppe Maestri (1929-2009) è stato incisore, artista, gallerista e con la sua sensibilità ha animato un cinquantennio di vita artistica ravennate. Ha stampato l’opera incisoria di alcuni fra i più importanti maestri del nostro tempo come Mattia Moreni, Giò Pomodoro, Giulio Ruffini, Ernesto Treccani. La sua Galleria La Bottega divenne dagli anni Sessanta un importante ritrovo culturale dove si sono incontrate personalità quali Rafael Alberti, Mario Rigoni Stern, Mario Luzi, Piero Santi, Edoardo Sanguineti. La mostra presso il Palazzo Rasponi di Ravenna, attiva fino al 15 febbraio 2015, è stata allestita a seguito di una donazione delle opere dell’artista al Museo d’Arte della città e in occasione dell’apertura dello spazio espositivo del Palazzo dopo il restauro.

domenica 23 luglio 2017

Le coccoline di Lorella / Tra madre e figlia



Le coccoline di Lorella

Tra madre e figlia

12 LUGLIO 2015, 

Lorella è una bellissima bimba di 5 anni, ha due occhioni scuri che spalanca sul mondo con uno sguardo incantato, forse un po' incredulo e titubante, ha lunghi capelli biondi che ondeggia civettuola con orgoglio e leggiadria e sfoggia un corpicino snello, longilineo che muove in maniera aggraziata, sembra quasi volteggiare in una danza che segue una musica interiore.

I suoi genitori, che la adorano, sono molto preoccupati perché la loro bambina, quando parla balbetta e si esprime con un linguaggio “impastato” per cui si fa fatica a capire quello che dice; inoltre è inibita nel manifestare quello che pensa o che desidera, perché teme di irritare gli altri offuscando quel bagno di armonia in cui ha galleggiato in questi suoi primi 5 anni di vita. È perciò disposta a compiacere tutti, a non contraddirli, a mortificare i suoi bisogni per non entrare in rotta di collisione con nessuno e, in particolare, per illudersi di essere tutt'uno coi suoi genitori, in una fusione di felicità, senza intoppi e senza conflitti di sorta.
Gustav Klimt. Gravidanza

Queste sono le difficoltà manifeste di Lorella, ma la nostra meravigliosa bambina ha anche un problema segreto: “le coccoline”, termine poetico, tenerissimo, con cui definisce la masturbazione compulsiva di cui soffre da quando aveva tre anni e che adesso ha raggiunto una frequenza allarmante. Può succederle a casa mentre vede un programma televisivo o i suoi cartoni animati preferiti, oppure mentre fa il bagnetto, o quando gioca coi suoi fratellini, spesso a letto prima di addormentarsi o anche all'asilo strusciandosi sui banchi della classe, di fronte a tutti, senza apparentemente preoccuparsi di essere vista. Quando è presa da questo imperioso bisogno, non c'è niente che tenga, è più forte di lei, è come se la mente interrompesse di funzionare e lei, estraniata dal mondo, diventasse preda e vittima di questo implacabile impulso.

Ray Caesar. Mother and Child

Quando Lorella si masturba è come se non fosse più padrona di sé, appare invece dominata, quasi posseduta completamente dalla pulsionalità, sembra non vedere né sentire più niente, se non l'ordine interno, perentorio, di portare a termine la “missione coccoline”. C'è come un'inesorabilità che non contempla la problematizzazione dell'atto auto-erotico o una sua motivazione o la ricerca del significato, tanto meno sono previste giustificazioni: le coccoline ci sono e basta, “le faccio perché mi piace” e stop. Dov'è il problema? Vedo la bambina in consultazione su richiesta dei genitori e, in seguito, inizierò una psicoterapia con lei, terapia durata circa due anni con cadenza settimanale.

Mary Cassatt. The Caress, 1891

All'inizio del nostro rapporto Lorella mi studia attentamente, ci cimentiamo in diversi giochi dove la costante è che la piccola vuole sempre vincere ed essere rassicurata di essere brava. Introduce anche la questione dell'esistenza di un segreto: dobbiamo infatti indovinare il colore nascosto/segreto dell'oggetto principale della storia che dobbiamo raccontarci reciprocamente, pena un castigo terribile: “se sbagli devi ingoiare una banana con anche la buccia, tutta in un boccone” o “se non indovini ti uccido”.
Sembra un mandato tassativo e implacabile dell'inconscio di Lorella: devo indovinare il colore/emozione della sua storia personale per poterla aiutare, altrimenti ne va della mia vita e del nostro lavoro. Il tono minaccioso e aggressivo fa davvero rabbrividire, così come fa arrabbiare la sua irriducibile testardaggine, quando, a fine della seduta, si rifiuta di andarsene incollandosi con forza alla porta e impedendomi di accedere alla maniglia. La scelta dei sintomi di Lorella mi fa più volte pensare a come servano da strumento di comunicazione del suo malessere emotivo alla madre, se non ci fossero stati, in famiglia avrebbero pensato che fosse una bambina serena; diventano anche il modo indiretto, il solo che le è possibile, per attaccare la mamma aggressivamente, infatti la donna si sente massacrata dai disturbi della bimba; tra l'altro, i suoi problemi rappresentano la loro relazione sofferente e la reciproca difficoltà di distacco. Il suo bisogno di evitare le occasioni di conflitto si verifica anche nel nostro rapporto, dove Lorella crea un clima, a dir poco idilliaco, ed è solo nel procedere dei nostri incontri che potrà permettersi di manifestare apertamente nei miei riguardi emozioni rabbiose e posizioni oppositive.

Berthe Morisot. Dans le parc, 1874

Da quel primo incontro ne succederanno tanti altri, in cui Lorella coi giochi, coi disegni, con l'invenzione di storie fantastiche e, alla fine, con le parole potrà finalmente riconoscere ed esprimere tutta la sofferenza di sentirsi derisa dalle compagne perché “mi dicono che parlo male e non capiscono quello che dico: ma è vero?”; racconterà anche il dolore per la separazione dalla mamma tutte le volte che deve assentarsi da casa per lavoro “e se poi si dimentica di me e non torna più?”. Parlerà, in seguito, della preoccupazione di essere perfetta, di voler sapere già tutto perché non può sbagliare, così come non può tollerare di perdere nei giochi di sfida e, soprattutto, non può riconoscere i sentimenti aggressivi perché il suo pensiero primario è di “fare felice la mamma” e non separarsi mai da lei.
L'immagine che emerge dagli scambi tra madre e figlia è quella di un incontro difficile e tormentato, dove alla richiesta di un contatto emotivo esclusivo, corrisponde una risposta rigida e carica d'ansia. Si può capire perché la bambina, desiderosa di conquistare la mamma, si trovi ingabbiata nella ricerca della perfezione e si senta responsabile dello stato umorale materno ed è per questo motivo che decidiamo con la signora di vederci ogni 15 giorni per pensare assieme a cosa succede in questo rapporto così intenso e così sofferto, con una figlia così amata e vissuta assolutamente come speciale. Sarà un lungo percorso anche quello con la madre che comincerà a ripescare la sua storia di ex-bambina lasciata emotivamente sola nel processo di crescita, con compiti evolutivi particolarmente faticosi per non deludere genitori socialmente e culturalmente importanti. Nei colloqui emergerà anche la sua intolleranza rispetto alle inadeguatezze di Lorella che le scatenano una rabbia incontenibile, le capita di urlare e, a volte, esasperata, di picchiarla, probabilmente perché vede rispecchiati nella figlia i suoi aspetti inaccettabili e li vive come attacchi alla propria integrità mentale; dirà infatti in un momento particolarmente difficile tra di loro: “me ne vado, non sto con te perché mi fai andare al manicomio, ne va della mia salute mentale”; inoltre la bambina è vissuta come fallimento personale perché si sente responsabile dei suoi problemi.

Nicoletta Ceccoli. Incubi celesti

Il dolore per non sentirsi una buona madre, per non sapere come fare per rapportarsi in modo adeguato a Lorella metteranno a dura prova la donna, che con tenacia, intelligenza e coraggio, ma sorretta soprattutto dal grande amore per la sua bambina, compirà davvero un lavoro straordinario di cambiamento, rendendosi emotivamente disponibile a una diversa modalità di relazione con l'adorata figlia. Dopo i primi mesi di terapia, in Lorella scompare il sintomo della balbuzie e il linguaggio si fa sempre più scandito e comprensibile, scaturisce il piacere di inventare storie e di sfidarci in giochi competitivi dove cammin facendo, sentendosi più sicura, imparerà a rispettare le regole e a tollerare il dolore della sconfitta.
Ma ecco un altro passaggio di vita che mette a dura prova la bambina: l'ingresso alla scuola elementare. Lì si scoprirà il vaso di Pandora, l'impatto con la faticosità dell'apprendere la metterà di fronte alla realtà delle sue incapacità, alla rabbia del non capire, al dolore della competizione con le sue amichette, tutte ferite dell'anima che la faranno ricorrere alla negazione delle sue difficoltà: “non ho bisogno di imparare, tanto io so già leggere”. Il suo atteggiamento verso la conoscenza è fortemente idealizzato e onnipotente, non vuole mostrarsi a me nelle sue dimensioni meno brillanti e nega il disagio di non sentirsi alla pari con gli altri. Ma a poco a poco inizia a far capolino il tema della gelosia verso i fratellini e l'invidia per le compagne che prendono sempre dieci nei compiti, adesso Lorella sente il nostro rapporto più sicuro e può sentirsi libera di manifestare cosa realmente prova. In seguito, esploderà la preoccupazione per le coccoline “dimmi come devo fare per non farle più, io da sola non ce la faccio”. Inoltre compare nelle nostre comunicazioni l'ansia di deludere gli altri e la paura di non essere accettata. È sorprendente come da una bambina così piccola possano scaturire parole, emozioni, pensieri così intensi e complessi.


Intanto Lorella apprende a riconoscere e a legare le lettere, a formare delle parole, a leggere davvero, fioccano bei voti e di questo va molto fiera. Il pensiero-tormentone riguarda il persistere delle coccoline, da me si aspetta una risposta magica, fatta di gesti scaramantici, non ci sta ancora a trovare un significato simbolico, “non le faccio perché mi sento sola e neanche perché sono arrabbiata, non pensavo nemmeno che fossero una cosa bella o brutta, c'erano e basta, è stata la mamma a farmi capire che sono un problema... ” ed è questo pensiero di non essere approvata dalla madre che la disturba e allora per farmi capire meglio cosa le succede, farà tanti disegni che la rappresentano mentre si masturba; con quel tratto semplice, ma essenziale tipico dei bambini, mi mostrerà mirabilmente le situazioni e le posizioni incriminate. Penso che questo sintomo ostinato sia proprio il nodo che riproduce a specchio la difficoltà di fondo della coppia madre-bambina, propongo allora di vederci tutte e tre assieme per cercare di snodare il groppo, ma non è così facile per la piccola aprire il nostro nido a “estranei”. Dopo un po' di settimane, però, superando l'iniziale rifiuto, riuscirà a invitare nella stanza di terapia anche la mamma e lì, protette dalla mia presenza, potranno sperimentarsi nel giocare assieme, impareranno a dirsi, domando la paura di esprimere pensieri divergenti, verificando anzi che la diversità non solo non spezza il legame affettivo, ma lo arricchisce.
È da questa esperienza condivisa che la madre e la bambina faranno passi da gigante nella loro crescita emotiva, tanto che un giorno, raccontando di soprusi subiti a scuola, Lorella dirà con impeto “le mie compagne mi hanno temperato tutte le matite, sentivo una rabbia che cresceva, saliva su, sempre più su, fino alla gola, ma non riuscivo a dire una parola, non usciva proprio niente, le parole si fermavano lì, allora mi sono messa in un angolo, ho fatto le coccoline e sono stata meglio”.

Felice Casorati. Bambina che gioca su un tappeto rosso, 1912

Che sollievo per Lorella e, di conseguenza, per la madre, aver finalmente riconosciuto e dato voce all'emozione che stava dietro la masturbazione: la masturbazione aveva un nome proprio, in quel caso si chiamava rabbia e la rabbia è un sentimento e ogni sentimento va rispettato e ascoltato. Un clima di grande liberazione e di commozione serpeggiava per la stanza, una grande vittoria era stata conquistata. E continuamente, seduta per seduta, tanti passi nel percorso del riconoscimento delle emozioni e dei pensieri sono stati fatti, di conseguenza anche le coccoline hanno, via via, avuto meno bisogno di esserci. Cammina, cammina, il nostro lungo e tortuoso percorso è entrato in dirittura d'arrivo. Ma all'idea della fine, ecco comparire lo spauracchio della separazione e Lorella con tono serio commenta “sono un po' preoccupata, non so se ce la faremo io e la mamma da sole... ”. In realtà tanti cambiamenti si sono verificati nella coppia, adesso la bambina e la mamma hanno imparato a parlarsi, quando incontrano dei nodi sanno aiutarsi per scioglierli, se si verificano degli inciampi sanno che prima o poi troveranno una loro soluzione. E inesorabile ecco allora arrivare l'ultima, fatidica seduta. È un momento emozionante per tutte e tre, è bello e brutto allo stesso tempo, è una giornata lieta, ma anche triste, c'è un'atmosfera particolare, direi solenne. Sappiamo che sta per compiersi il rito del saluto definitivo. Ecco l'ultima scena della nostra storia.
Decidiamo di giocare a “shangai”, uno dei giochi preferiti di Lorella. La bambina muove per sbaglio un bastoncino, glielo dico, nega violentemente, è l'ultimo incontro e vuole vincere a tutti i costi, la mamma si astiene dal commentare, la lotta ingaggiata è tra me e la bambina, iniziano insulti e pianti strazianti: “sei bugiarda, io non ho mosso niente!”. Il pianto diventa sempre più stizzoso, non c'è tregua: rabbia, dolore, delusione, disperazione, quanti dolori... sono tutti lì da patire per l'ultima volta insieme. Le lacrime sconsolate di Lorella forse rappresentano anche il pianto che è in tutte noi per il dispiacere del distacco. Sento una grande tensione per come si sono messe le cose, è davvero dura contenere tutte queste emozioni, certo sarebbe più facile darle ragione, ma azzardo “una parte di te vuole vincere a tutti i costi, ma credo che un'altra parte, quella più cresciuta e che adesso riconosce le regole, si sentirebbe offesa da una vittoria fasulla”.

Mary Cassatt. Giovane madre che cuce, 1901

Silenzio. Il pianto si è interrotto, Lorella prende la lavagnetta e inizia a scrivere... passano minuti che sembrano lunghissimi, la madre è assolutamente immobile, a un certo punto commento che deve essere molto importante quello che sta facendo, la bimba annuisce e dopo un po' mi porge la lavagna. Ci sono delle parole: “Se non mi dai ragione ti dò un bacio”. Sono stupefatta, esplodo con un'esclamazione di gioia, siamo libere dall'incantesimo malefico, cerchio il NON con un gessetto e commento l'importanza di questo momento, di come la sua parte grande abbia vinto la parte piccola. Lorella è felice, mi si avvicina e mi guarda con occhi sgranati, attendendo spasmodicamente il mio bacio-premio. Ci accorgiamo però che la madre sta piangendo silenziosamente, e la piccola, turbata, chiede con apprensione: “mamma, cos'hai, sei triste?”
La donna, per la prima volta, identificata profondamente col malessere emotivo della sua bambina, lo ha patito fino in fondo e non ha provato la solita rabbia nel constatare la testardaggine e la difficoltà a tollerare le frustrazioni di Lorella. Sintonizzata, invece, col suo dolore, all'unisono con lo stato d'animo delle figlia, ha potuto finalmente comprenderla appieno e contenerla, tanto che le dirà con voce commossa: “No, non sono triste, si può piangere anche di felicità”.

sabato 22 luglio 2017

Il Cineforum / Immagini ed emozioni in scena


Il Cineforum

Immagini ed emozioni in scena

27 MAGGIO 2017, 


La visione è la rielaborazione di un ricordo
(Freud, 1899)
Il cinema e la psicoanalisi sono cresciuti insieme, infatti tra il 1892 e il 1895 vengono editi gli Studi sull’isteria di Freud e Breuer, e il 1895 è l’anno del brevetto dei fratelli Lumière. Un secolo fa la pubblicazione de L’Interpretazione dei sogni di Freud attestava l’esistenza di una duplice realtà, quella del mondo conscio e quella del mondo inconscio e contemporaneamente l’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière creava quanto di più simile al sogno è stato prodotto dall’uomo. La coincidenza è interessante e significativa, la psicoanalisi e il cinema hanno molto da darsi reciprocamente: entrambi si situano tra sogno e realtà, tra ragione ed emozione, tra parola e immagine. Inoltre l’esperienza dello stare seduti in una sala al buio, in silenzio, in una posizione rilassata e recettiva è simile alla situazione psicofisica da cui scaturiscono i sogni notturni.
Le immagini visive e letterarie avevano da sempre attratto Freud, che riteneva che l’inconscio, in pratica, fosse già stato incontrato, “sognato” e rappresentato nelle opere di poeti e artisti e anche i suoi allievi mostravano più interesse per le opere di Shakespeare e per i tragici greci che per la neurofisiologia. Per cui, la relazione tra l'universo della psicoanalisi e quello della cultura, presente fin dalle origini, ha continuato anche per quanto riguarda la “settima musa”, infatti da tempo si verifica uno scambio interessante tra questi due mondi: molti registi, per esempio, hanno preso spunto dal pensiero e dall’esperienza psicodinamica, alcuni hanno espressamente trattato della psicoanalisi o di problemi psichici, ricordiamo tra gli altri, John Huston che, con il suo Freud, racconta la vita del fondatore della psicoanalisi o Cronenberg con A dangerous method dove rappresenta il delicato e complesso rapporto tra Jung e una sua paziente. Marco Bellocchio ha avuto la consulenza di Massimo Fagioli. Franco Fornari, noto psicoanalista, fu consulente scientifico del Diario di una schizofrenica di Nelo Risi; inoltre Fellini espresse la convinzione che “il film è il sogno di una mente in uno stato di veglia”, a sua volta Bernardo Bertolucci rivelò che spesso ha attinto dalla sua esperienza onirica per pensare i suoi film.


Da parte loro, gli psicoanalisti hanno una tradizione consolidata di confronto e incontro col cinema, apprezzandolo come strumento di didattica, di formazione, di studio e come stimolo di pensiero. Il legame che unisce il cinema alla psicoanalisi è dato, in particolare, dal riconoscimento delle immagini come strumento prezioso e imprescindibile per la formazione di una storia: trama filmica e trama onirica. Il cinema è fatto “della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”, il suo metodo espressivo, la drammatizzazione, i fotogrammi, le emozioni, le luci, i colori lo portano ad essere come il sogno, una via privilegiata per prendere contatti con se stessi, al di là della vicenda rappresentata. La magia del cinema è quella di produrre una partecipazione affettiva, una condivisione di sentimenti, una identificazione che conduce all'interno del film come all'interno dei sogni. Il cinema può, allora, creare un ponte tra i pensieri profondi che non osano fare capolino e il pensiero consapevole. La storia e le immagini del film mobilitano sentimenti specifici per ciascun individuo, d’altra parte le parole e i pensieri nascono proprio dalle immagini e sono le stesse immagini che custodiscono le emozioni e il senso ultimo dei ricordi.
Allora possiamo parlare di un “uso del film” come fornitore e attivatore di fotogrammi mentali che servono per creare i pensieri che sono indispensabili per affrontare la vita, per vivere i rapporti interpersonali, in primis quelli che toccano da vicino come le relazioni familiari, relazioni cariche di emozioni spesso difficili da digerire e che necessitano di una razione di enzimi in più per poter essere trasformate e assimilate. Da soli, a volte, risulta difficile fare questo lavoro di rielaborazione, è necessaria una mente ausiliaria che aiuti a dare ordine e a trasformare sensazioni confuse o spiacevoli in immagini per poter poi dare loro nome e rappresentarle in una narrazione significativa.
Dal punto di vista emotivo la visione di un film è utile, non tanto per promuovere un esercizio intellettualistico di connessione tra i contenuti della trama e le teorie psicologiche rassicuranti, ma perché è un’occasione speciale per incontrare se stessi, ognuno vive il suo proprio film, lo ricompone come se fosse un sogno; nascono libere associazioni; vengono suscitate emozioni, sentimenti, immagini promuovendo così agilità di pensiero e fervida capacità creativa. Vedere un film mette in gioco un incontro, è l’incontro con le immagini scaturite dalla mente del regista, dello sceneggiatore, del fotografo con lo spettatore, suscitando in lui nuove visioni, evidenziando nuovi pensieri potenzialmente esistenti, ma che possono realizzarsi e prendere forma solo attraverso l’esperienza di un contatto. Questa esperienza diventa trasformativa e perciò formativa nella misura in cui l'impatto tra il film e il mondo interno dello spettatore genera una nuova realtà mentale, un’aggiunta possibilità di osservare e di relazionarsi alle situazioni arricchita da punti di vista diversi.


La visione di una pellicola in gruppo, in particolare nell’esperienza di un cineforum, si può ben dire che fa bene alla mente, perché genera un campo emotivo tra gli spettatori e li induce ad attivare l'immaginazione e a prendere contatto con affetti ed emozioni, propri e altrui, per affrontare e riflettere assieme sui temi proposti dalla trama del film, ampliando così la capacità soggettiva di pensare. L’impatto emotivo del vedere un film collettivamente diventa, dunque, una preziosa occasione di condivisione di esperienze, di riflessione, di scambio e di elaborazione. Un'opportunità di incontro che aiuta a promuovere nuovi pensieri, ad attivare fantasie, ricordi, libere associazioni, opportunità in particolare di poter liberare una vena narrativa, in pratica di “sognare” da svegli, nel senso di poter incontrare la propria esperienza affettiva profonda, conferendole un significato emotivo personale.


venerdì 21 luglio 2017

Le radici e la contemporaneità / Intervista ad Annalisa Zanni

Nautilus

Le radici e la contemporaneità

Intervista ad Annalisa Zanni

27 GIUGNO 2017, 
LUISA MARIANI


Storica dell’arte, dal 1999 Annalisa Zanni è direttrice del Museo Poldi Pezzoli. Ha realizzato una serie di interventi museografici innovativi e, accanto a essi, allestimenti evocativi dell’identità della casa museo, con la valorizzazione delle sue collezioni anche attraverso una serie di importanti mostre e la partecipazione a convegni internazionali. Si è inoltre dedicata a individuare strade nuove, di apertura, dialogo e comunicazione, per offrire al pubblico un’immagine più amichevole e soprattutto strumenti didattici aggiornati e approfonditi per conoscere meglio il Museo e le sue raccolte. Particolare attenzione ha riservato alla comunicazione e alla promozione del Museo, con iniziative speciali, rivolte alle diverse tipologie di pubblico (audioguide in più lingue, per adulti e bambini, varie edizioni del sito web). Negli ultimi anni ha dato avvio a iniziative volte a coinvolgere il pubblico giovane e le persone che lavorano offrendo, tra l’altro, il prolungamento dell’orario fino alle 21 il mercoledì con aperitivo e visite guidate. Per la sua attività ha ricevuto, nel 2011, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano.
La maggior parte della mia vita professionale si è svolta al Museo Poldi Pezzoli i cui ideali ho totalmente accolto, in una sorta di adesione simbiotica al progetto del collezionista. In effetti, absit iniuria verbis, sono sempre stata educata e continuo a credere al valore dell’etica, allo spirito di servizio, alla ricerca della bellezza come strumento di educazione e insieme di risorsa per la mente e per l’anima. I miei progetti di vita si sono incrociati poi, grazie agli studi, con una realtà così particolare come quella della casa museo di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Questo lavoro è senz’altro un privilegio, che ha comportato comunque delle notevoli difficoltà: ad esempio quella del riconoscimento di una professionalità e non solo di una passione che guida il percorso quotidiano di chi opera nelle istituzioni culturali, che solo oggi sembra essere parzialmente riconosciuto perché ricondotto entro standard gestionali. A fronte di questo, ho avuto moltissima gratificazione nelle relazioni personali e interpersonali grazie al rapporto didattico con i bambini - che fanno scoprire spesso ciò che l’adulto non sa vedere - nel condividere le opere con tutto il pubblico per immergersi nel senso della loro storia, della loro appartenenza e identità, riuscendo a comprenderle; nel far entrare nel museo e rendere protagonista il pubblico giovane; nell’opportunità di conoscere persone davvero straordinarie (Arnaldo Pomodoro, Italo Lupi, Giulio Paolini). Molti dei sogni di fatto sono diventati realtà in questi numerosissimi anni trascorsi nel museo anche perché, come mi piace sempre ricordare, ogni istituzione è costituita da un gruppo e non da una persona e ognuno vi partecipa con il proprio tassello. Parlo anche di ogni visitatore. Secondo me, chi occupa il vertice deve ascoltare e accogliere tutti questi suggerimenti e i diversi modi di percepire, operando nelle scelte che hanno arricchito enormemente la mia vita. Penso alle mostre e ai nuovi allestimenti realizzati dal Museo: un grande traguardo da superare. Alla luce di quanto ho appena detto, credo quindi di non essere un personaggio ma di voler rappresentare il museo, responsabile delle scelte culturali che vengono comunque sempre condivise. Il personaggio per me è sempre il museo.

Annalisa Zanni
Foto di Carlo Pozzoni

Essere ai vertici di una importante istituzione culturale, comporta anche un rapporto con il potere ...
Nel nostro settore credo che paradossalmente non ci sia mai stato un vero problema dovuto al genere, perché in realtà, cosa non positiva, fino a pochi anni fa lavorare nei beni culturali era considerata una professione non ben remunerata e quindi generosamente concessa alle donne. L’interesse negli ultimi anni si è notevolmente spostato perché il mercato sta tentando di dialogare con la cultura e, di conseguenza, aumentano sempre di più le figure maschili che assumono questo ruolo con un approccio più spregiudicato. Da quando esiste l’umanità la donna ha sempre avuto più potere dell’uomo, semplicemente manifestato in modi diversi, quindi credo che sostanzialmente ci sia un riconoscimento di genere. Di fatto molte donne potrebbero gestire il potere politico in modo eccellente e sono state troppo a lungo tenute lontane dalla politica.
Come ha vissuto l’assegnazione dell’Ambrogino d’oro?
Ne sono stata assolutamente felice, uno dei riconoscimenti che mi ha fatto più piacere. Mi sento perfettamente milanese con pregi e difetti. È un riconoscimento molto sobrio, sintesi di essenzialità, saper fare e saper donare in silenzio, criteri che a mio parere guidano l’assegnazione di questo premio.
Il “Poldi Pezzoli” testimonia anche una parte della storia di Milano …
Dopo la distruzione della Seconda guerra mondiale il Museo ha dovuto confrontarsi con spazi che avevano perso le decorazioni originali che, per quanto si è potuto, si è cercato di conservare. I nuovi spazi acquisiti hanno offerto la possibilità però di nuovi allestimenti e nuove idee. Caso esemplare è la nostra Armeria che nel 2000, grazie all’intervento dell’artista Arnaldo Pomodoro, è divenuta un’opera d’arte globale che dialoga magnificamente con le collezioni. Questo ha attratto un pubblico diverso lanciando segnali di vitalità e nuove opportunità di visione. Grazie alla lungimiranza del collezionista abbiamo delle raccolte di arte antica e di arti decorative di qualità straordinaria cui è seguita una politica di donazioni altrettanto eccezionale. La qualità rende famoso il museo nel mondo.
Gian Giacomo Poldi Pezzoli, classico collezionista ottocentesco: quali sono gli indirizzi del collezionismo privato, oggi?
Il collezionismo oggi guarda all’arte contemporanea anche perché le giovani generazioni considerano poco interessante quello dei loro genitori e dei loro nonni. È normale e giusto dialogare con ciò che ci circonda, ma in alcuni casi il fenomeno sfocia nel rifiuto di acquisire le collezioni appartenute alle famiglie, che sembrano non fare più parte della propria storia. È vero anche, d’altra parte, che esiste in Inghilterra, negli Usa e in Oriente un mercato d’arte antica che è decisamente più vivace. In un contesto del genere, un museo di arte antica, come il Poldi, restituisce le radici e la storia, comunicandolo però con linguaggi totalmente nuovi.

Sandro Botticelli, Madonna del libro

Ha avviato numerose trasformazioni negli ambienti del Museo …
Tutto è iniziato nel 2000 con l’opera d’arte globale dell’artista Arnaldo Pomodoro, decisa e voluta dal precedente direttore, che poi ho personalmente seguito e portato a termine. Da quel momento non ci siamo più fermati, la contemporaneità e la rilettura degli ambienti e delle collezioni insieme ai nuovi parametri di buona conservazione delle opere - quindi prevenzioni e non solo restauro - sono diventati elementi indispensabili che dovevano entrare anche in un edificio storico e in una storia che nel 1943 aveva subito una pesantissima distruzione.
La trasformazione è avvenuta anche attraverso attività “collaterali” come aperitivi, conferenze, laboratori, visite guidate, mostre monografiche: quali sono i progetti per il futuro?
I progetti per il futuro sono legati al rapido cambiamento che la società ci offre. Sicuramente importante sarà aumentare gli spazi espositivi del museo per poter accogliere nuove collezioni, al fine di rappresentare, anche attraverso le arti decorative, la trasformazione del gusto del collezionismo dal passato al contemporaneo.
Come si colloca il “Poldi Pezzoli” nell’ambito dei musei milanesi e qual è il suo rapporto con la città?
Il Museo è in relazione con una delle anime più significative della città, quella privata per prima cosa. Milano è la città privata per eccellenza, città in cui riservatezza, solidarietà, impegno verso gli altri sono valori portanti. Basti pensare, ad esempio, al volontariato: l’Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli, i custodi, il Club del Restauro, l’Associazione Carabinieri che aiuta a tenere aperto e quindi visitabile il museo. Il Museo rappresenta tutti questi valori, nonché le scelte sofisticate che, già a partire dall’Ottocento, i viaggiatori stranieri venivano a cercare quando entravano in contatto con l’identità di Milano. Essere casa museo, e, lo ricordo, il Poldi Pezzoli è ente capofila del Circuito Case Museo di Milano, è sicuramente un valore aggiunto, perché consente l’avvicinamento del pubblico e la diffusione della conoscenza della storia e del gusto di una persona, Gian Giacomo Poldi Pezzoli, che ha creato questo luogo e le sue collezioni. Il rapporto con la città poi, in questo ultimo periodo, è molto cresciuto anche grazie alla molteplici attività dedicate alle famiglie, alle scuole, e alle iniziative che hanno coinvolto tutte le istituzioni, come è avvenuto in occasione della mostra dedicata alle Dame dei fratelli Pollaiolo (Le Dame dei Pollaiolo: una bottega fiorentina del Rinascimento).

Antonio Pollaiolo, Profilo di donna

Quali sono i “tesori nascosti” del suo Museo, che meriterebbero di essere conosciuti?
Tra i leonardeschi l’Ecce Homo di Andrea Solario, l’Andata al Calvario di Bernardino Luini, il Ritratto maschile di Andrea Mantegna, la Madonna dell’Umiltà con due angeli musicanti di Zanobi Strozzi, Il pretino di Massimo Ceruti detto Pitocchetto, L’Allegrezza di Vittore Ghislandi, il servizio da tè e caffè di Meissen detto “Borromeo”, il Tappeto delle tigri, i due piccoli Crivelli, l’Annunciazione del Sassoferrato, le armature ageminate lombarde di Pompeo della Cesa del XVI secolo, la collezione degli orologi da carrozza, la croce astile di Bernardo Daddi e la collezione delle preziose croci altomedievali di Limoges.
Dove ci accompagnerebbe in un itinerario alla scoperta di una Milano artisticamente nascosta?
Sceglierei di portarvi alla scoperta della Milano archeologica, delle cosiddette Cinque Vie, viuzze tortuose della città romana, concludendo il tour al Museo Archeologico e godendo degli affreschi di San Maurizio al Monastero maggiore. Passerei poi ai Chiostri dell’Università Statale e alla chiesa di San Simpliciano. Infine, a mio parere, meritano una visita l’Orto Botanico di Brera, la Fondazione Arnaldo Pomodoro e gli studi di numerosi artisti e architetti, come quelli di Vico Magistretti o di Achille Castiglioni, di cui Milano è ricca.